La struttura e l’organizzazione territoriale del nostro Paese sono, come noto, un vero disastro. Ma dopo quasi venti anni di dibattito inconcludente su come riformarle, che hanno prodotto solo interventi parziali, mal coordinati e caos, la soluzione potrebbe arrivare dai geografi. Perché la Società Geografica Italiana (SGI) ha ipotizzato, con approccio scientificamente ineccepibile, una rimappatura amministrativa che, spazzando via i confini regionali, ridefinisce un assetto che ruota attorno a sole 35 unità territoriali, definite “eco-sistemi urbani”.

Aree, queste ultime, delimitate sulla base della messa in rete di realtà urbane contigue (gli attuali capoluoghi di provincia), legate da forti interazioni funzionali e tali, dunque, da identificare la maglia base della stessa organizzazione territoriale italiana. “Tali eco-sistemi urbani – si legge in uno studio della Società Geografica Italiana – potrebbero costituire organismi politico-amministrativi sostitutivi delle attuali province e delle attuali regioni, ove venissero loro conferite le attribuzioni proprie delle une e delle altre. Lo schema potrebbe ricomprendere anche le aree metropolitane, così come sono state definite negli ultimi provvedimenti di legge e finora mai rese operative”.

In sostanza, gli assetti delineati dalla Società Geografica Italiana sono stati tracciati a partire dalle reti infrastrutturali (legate alla mobilità, ai trasporti e alle comunicazioni), presenti sul territorio o in avanzata fase progettuale incrociate con le interazioni tra l’ambiente e la società secondo un modello geografico in progressiva evoluzione. E non in base a canoni statici o ad egoismi conditi in salsa federalista.

Come scrive Floriana Galluccio del Dipartimento di Scienze Umane e Sociali dell’Università di Napoli L’Orientale nel medesimo studio della SGI  “quel che […] di certo permane immutato è l’impianto di fondo che ha costituito l’impalco e l’ingegneria territoriale di queste partizioni, nate in uno Stato di stampo ottocentesco all’atto dell’unità dopo ben centocinquant’anni dall’Unità d’Italia, […] assumendo i territori delle unità amministrative (dai Comuni alle Regioni) come statici, e non piuttosto scaturiti dall’esito di processi dinamici, socialmente costruiti nel tempo”.

Anche questo contribuisce a spiegare perché “circa l’85% dei Comuni italiani non raggiunge neppure la metà della soglia di governabilità e di autosufficienza economica auspicata da Mazzini prima dell’Unità” e come sia stato possibile che il numero delle Province sia continuamente cresciuto nel numero, in particolare in due periodi: durante il Ventennio fascista ne nacquero oltre 20 e dal 1990 a oggi altre 15.

La soluzione di una meno dispersiva e più efficiente organizzazione territoriale e istituzionale dunque arriverebbe dai geografi. Che sono stati coinvolti, per volontà di Paolo Pagliaro, neo-consigliere del sottosegretario Ferrazza sui temi del regionalismo, nel tavolo tecnico istituito presso il ministero per gli Affari Regionali e le Autonomie. Certo è ancora presto per dire se la prospettiva tracciata dai geografi sarà uno degli assi per una profonda revisione del quadro istituzionale in periferia.

@albcrepaldi

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