Parli di Affari Regionali ed Autonomie e ti viene in mente tutto tranne che ci possa essere qualcuno che lavora in quel ministero non per armonizzare il territorio nazionale, bensì per creare nuove realtà autoctone scollate – se possibile – dal resto del paese. E invece no. Perché il sottosegretario Walter Ferrazza, ex sindaco di Bocenago (Tn), nominato da Enrico Letta vice nel dicastero di Delrio, ha voluto accanto a sé, in qualità di consulente, un vero pezzo da novanta del federalismo al contrario. Stiamo parlando dell’editore salentino Paolo Pagliaro, già candidato alle elezioni nel Mir di Samorì proprio come Ferrazza, noto alle cronache anche per la sua battaglia per fare del Salento niente di meno che una regione autonoma.

Non solo, però. “Tale incarico – si legge nel decreto di nomina di Pagliaro, emanato dalla Presidenza del Consiglio – è affidato a una illustre personalità, dotata di elevata esperienza e professionalità in materia di riforme costituzionali, regionalismo e federalismo”. Un “riconoscimento” che, nelle intenzioni di Ferrazza, dovrebbe rilanciare anche l’azione politica di Pagliaro, “da anni impegnato nel cammino di un neo regionalismo di respiro europeo – si legge ancora – a partire dalla ridefinizione dei nuovi livelli amministrativi territoriali”. Una nomina, dunque, piena di parole che da sole significano poco o nulla* ma soprattutto, molto inopportuna. E non certo per questioni legate alla fantomatica creazione di un “neo regionalismo di stampo europeo”.

Paolo Pagliaro, infatti, è un personaggio estremamente discusso nelle sue terre del leccese. Nell’agiografica biografia che si trova sul web, si scopre che Pagliaro, editore e creatore del gruppo Telerama, dal 1 maggio del 1989 è oggi soprattutto un editore privato del gruppo Mixer Media, composto da due tv e cinque radio in cui lavorano circa 120 persone. Alla ribalta delle cronache, però, non si trovano solo i suoi successi televisivi e imprenditoriali, si trova tutt’altro. Ovvero una serie, piuttosto lunga, di guai giudiziari non certo di basso cabotaggio.

Agli arresti domiciliari nel 2006 per concorso in corruzione, nella stessa inchiesta sulla sanitopoli pugliese in cui fu indagato Fitto (poi condannato in primo grado). Dopo la richiesta di condanna a un anno e quattro mesi la sua posizione viene stralciata, in occasione della sentenza, e il fascicolo restituito ai pm per una nuova valutazione dei fatti. A Pagliaro veniva contestato di aver ottenuto, in cambio dell’appoggio elettorale all’ex governatore pugliese, un appalto pubblicitario dalla Seap, la società pubblica che gestisce gli aeroporti pugliesi (ora Aeroporti di Puglia). 

Come editore, è sotto la lente degli istituti di previdenza italiani per non aver pagato alcuni contributi al suo personale (giornalistico e non), è stato denunciato per occupazione abusiva delle frequenze della Rai e persino per il furto di alcune maniglie all’interno di una delle sue redazioni. Inoltre, è stato accusato di concorso in truffa aggravata ai danni dello Stato in seguito ad indagini condotte dal pm Imerio Tramis su una serie di truffe milionarie messe in atto grazie alla legge 488 che erogava finanziamenti alle imprese. Per uscire dai guai, Pagliaro ha restituito l’intera cifra, ovvero 2 miliardi e 50 milioni (di lire). Nel 2005 un’inchiesta del settimanale pugliese Il Tacco D’Italia, diretto da Marilù Mastrogiovanni, ha ricostruito, con dovizia di particolari, la sua stupefacente carriera.

L’imprenditore ha intentato querela contro la Mastrogiovanni (a cui erano stati chiesti 260mila euro di risarcimento) perdendola dopo 8 anni; nella sentenza è stato sottolineato il carattere temerario della querela presentata “per intimidire una giornalista che non sarebbe mai stata in grado di pagare in caso di un giudizio negativo”. Ma soprattutto sono stati confermati i passaggi dell’inchiesta del settimanale, come quello riferito alla Fondazione Cuore Amico, creata da Pagliaro per dare un aiuto ai bimbi poveri del Salento; Mastrogiovanni aveva accusato Pagliaro, carte alla mano, di lucrare sull’iniziativa, il pm – che ha chiesto da subito l’assoluzione della giornalista – ha confermato anche questo increscioso dettaglio. Eppure, nonostante questo cahier de doleance di problemi con la giustizia, oggi Pagliaro gode dello status di consulente di un ministero di peso per portare avanti la sua battaglia per l’autonomia del Salento.


Riceviamo e pubblichiamo da Paolo Pagliaro 

L’articolo a firma di Sara Nicoli obbliga ad alcune, importanti, precisazioni, oltre alla rettifica già giunta direttamente dal Ministero e relativa al fantomatico compenso da 100mila euro a me attribuito. Se, come deontologia impone, fossero state verificate le fonti, sarebbe stato subito chiaro che la cifra di cui la giornalista ha scritto è di oltre dieci volte inferiore, pari a 9mila euro lorde, così come sarebbe emersa la falsità di tutte le altre questioni riportate nell’articolo.

Ma entriamo nel merito di tutto il resto.

Sono stato definito un “indipendentista salentino”, che vuole creare “nuove realtà autoctone scollate”. Il progetto portato avanti dal mio Movimento è lontano da tutto questo. Noi non abbiamo mai inteso isolare il Salento, terra che comprende le tre province di Lecce, Brindisi e Taranto. Precorrendo i tempi e le decisioni verso le quali viaggia lo stesso governo Letta, abbiamo proposto l’abolizione totale delle province, in tutta Italia. Riteniamo, però, che al loro posto siano più utili regioni armoniche, più vicine al territorio, con pieni poteri legislativi ma snelle dal punto di vista burocratico. Un progetto di cui la stessa Società geografica italiana ha riconosciuto la bontà, sostenendo e arricchendo la nostra proposta: zero province e 30-36 regioni virtuose per razionalizzare le spese, migliorare i servizi ed eliminare tutti gli enti inutili con un notevole abbattimento della spesa pubblica. Di questo, ha trattato anche Il fattoquotidiano.it, in un recente articolo.

Si è fatto riferimento, ancora, alla tv di cui sono editore, Telerama, per la quale sarei “sotto la lente degli istituti di previdenza italiani per non aver pagato alcuni contributi al personale (giornalistico e non)”. Come si fa a scrivere una simile falsità? L’azienda è in totale correntezza contributiva, come si può verificare presso Inps e Inpgi. E’ televisione fiore all’occhiello del Salento, con una linea editoriale limpida e chiara a tutti, quella delle “Dieci battaglie” (per prenderne atto, basta cliccare su www.trnews.it) , schierata sì, ma a difesa, sempre, delle bellezze della terra in cui opera, contro il saccheggio del territorio, contro la grande industria, contro gli sprechi e i privilegi, contro la casta e i poteri forti, a costo di pagare a caro prezzo questa indipendenza. Televisione che può ben camminare a testa alta per il ruolo sociale che svolge, anche grazie alle inchieste, prodotte attraverso la sua trasmissione di punta, L’Indiano, vincitrice di due edizioni del Premio Ilaria Alpi e candidata , quest’anno, alla terza nomination. Approfondimenti giornalistici inattaccabili e che, sicuramente, possono aver dato fastidio a qualcuno, come quelli sugli scandali di Via Brenta e del Filobus, sull’inquinamento dell’Ilva, sullo sperpero nei Consorzi di bonifica pugliesi, sui soldi pubblici sprecati nell’ambito del Pit 9, dove non sono mancate le consulenze tra familiari, come l’incarico affidato proprio alla giornalista Marilù Mastrogiovanni, di cui si riporta il nome nell’articolo.

Preciso, ancora, che non ho mai subito alcuna condanna, neppure in primo grado. Ma anche su questo è giusto entrare nel merito, per completezza di informazione.

Mi è stato contestato un reato di corruzione che consiste nell’aver ricevuto, esattamente come tutte le altre tv locali e i media del territorio, un contratto pubblicitario da Aeroporti di Puglia. L’accusa è che TeleRama avesse ripreso e mandato in onda un confronto realizzato da La 7 per ricevere in cambio un vantaggio da Fitto sotto forma di contratto pubblicitario di Aeroporti di Puglia. Corruzione per un vantaggio, come stabilito dallo stesso pm, da 200 euro pagato con regolare fattura e IVA al 20 per cento! Ad ogni modo, nel febbraio scorso è stato stabilito che sono insussistenti i fatti così come contestati e gli atti sono stati rimessi al pubblico ministero per una nuova valutazione. Durante il processo, si è provato che non è vero che TeleRama abbia mandato in onda a ripetizione il confronto Fitto-Vendola de LA7. Per la precisione, non l’ha mandato in onda affatto. Inoltre, le procedure con le quali SEAP deliberò le inserzioni pubblicitarie, per un totale di appena 5.700 euro, furono regolari e non diverse da quelle di tutte le altre emittenti pugliesi.

Occupazione, ancora, delle frequenze Rai? Abbiamo ricevuto una semplice diffida per alcune interferenze causate dalla mia emittente in un paesino della Calabria. Ovviamente, abbiamo provveduto tempestivamente a rimuoverle. Sull’episodio delle maniglie, non c’è neppure bisogno di commentare.

Mi difendo, ancora, senza timore di smentita, relativamente alla presunta soccombenza giudiziaria quando, nel 2005, presentai una querela a carico della giornalista Marilù Matrogiovanni. Per lei, il pm Antonio De Donno chiese il rinvio a giudizio con 11 capi d’imputazione. Il giudice, invece, l’ha assolta, riconducendo tutto nell’alveo del diritto di cronaca, ma riconoscendo la falsità di tutti i fatti riportati che mi riguardavano. Può definirsi per caso soccombenza giudiziaria questa? Tra l’altro, ho già impugnato in appello la sentenza e la giustizia farà il suo corso.

Infine, è incredibile l’attacco a Cuore Amico, iniziativa di solidarietà assolutamente trasparente e la cui limpidezza è garantita da un apposito comitato etico. Dalla raccolta fondi non un solo centesimo è stato mai detratto per sostenere i costi dell’organizzazione. Il Salento sa quant’è grande l’aiuto dato ai bimbi diversamente fortunati di questa terra. E, lo sottolineo, proprio per mettere al riparo questa mia creatura da ogni possibile attacco, ho deciso di rimettere il ruolo di presidente della Onlus nel momento in cui mi sono impegnato in politica. 


Riceviamo e pubblichiamo dal sottosegretario Walter Ferrazza 

Spett.le Redazione, 

in riferimento a quanto scritto relativamente all’incarico affidato al Dott. Paolo Pagliaro dal Sott. Ferrazza, significhiamo quanto segue: 

Senza entrare nel merito dei giudizi espressi sul Dott. Paolo Pagliaro, si precisa che: – il Dott. Paolo Pagliaro non è mai stato oggetto di sentenze penali di condanna neppure in primo grado; 

– il compenso dal medesimo ritratto è sostanzialmente pari ed anzi forse inferiore ai costi dal medesimo sostenuti per l’espletamento dell’incarico . 

Infatti, contrariamente a quanto riferito nell’articolo, il compenso ammonta ad € 9.000,00 € annui senza neppure rimborso spese, e non di € 100.000,00 come indicato. La competenza in materia del Dott. Paolo Pagliaro è notoria e fuori discussione. Tanto per opportuna conoscenza. 

Uff. Stampa Walter Ferrazza 

Sottosegretario di Stato per gli Affari Generali e le Autonomie 


* Come da segnalazione del ministero, il dato relativo al compenso di 100mila euro è stato cancellato dall’articolo. Ce ne scusiamo con l’interessato e con i lettori 

La controreplica della collega Sara Nicoli

Gentile signor Pagliaro, 

tralasciando la questione dell’indipendentismo salentino, confermiamo di aver avuto riscontri sul fatto che alcuni suoi collaboratori hanno pendenze contributive sia all’Inps che all’Inpgi, dove – peraltro – lo stato della sua azienda (con diversi lavoratori in cassa integrazione a 0 ore, con i contributi Inps bloccati da dicembre 2012) sta destando serie preoccupazioni. Nessuno ha mai scritto che lei è stato condannato. Abbiamo però riferito correttamente dello stralcio dell’indagine del processo per corruzione che è ancora in corso di verifica, come da lei stesso confermato. 

Sulla questione Rai, non si tratta di una semplice diffida, quanto di più sollecitazioni che la tv di Stato le ha inviato accusandola di occupazione abusiva delle frequenze. Solo dopo la minaccia, da parte della Rai-Escopost, di adire le vie legali, avete risolto la questione. In ultimo, quanto alla collega Marilù Mastrogiovanni, i capi d’imputazione a suo carico erano 12 e non 11 e non è stata assolta solo per aver esercitato il diritto di cronaca, ma perché “il fatto non sussiste”, ovvero perché nella sua inchiesta giornalistica i fatti erano riportati correttamente. Per questo in primo grado hanno sottolineato la temerarietà della querela da lei intentata.

Detto questo, anche dopo aver letto la sua  lunga replica, non riusciamo a comprendere quali siano le ragioni che hanno spinto il sottosegretario Ferrazza a chiamarla a Roma in qualità di consulente retribuito del ministero.


Risponde Paolo Pagliaro

“Non riusciamo a comprendere le ragioni della sua nomina a consulente”, tanto è stato scritto dalla giornalista della vostra testata a seguito della mia replica. Potrei rispondere con il lungo elenco delle caratteristiche e delle esperienze che mi hanno qualificato nel campo del federalismo, che va costruito dal basso, sui territori, e non calato dall’alto, da Roma. Ma su questo ha risposto meglio di quanto potessi fare io il sottosegretario Ferazza. Alla vostra giornalista potrei replicare, poi, che sono io che non riesco a comprendere che si possano commettere errori clamorosi come scambiare 100.000 euro con 9.000 euro (lordi) e continuare a collaborare con una testata seguita e popolare come Il Fatto. Ma anche in questo caso, preferisco attribuire il clamoroso errore alle fonti interessate (e non verificate) che forse hanno mal indirizzato la vostra redattrice.
Detto ciò, mi verrebbe da ridere se non ci fosse da piangere, leggendo che la situazione della mia redazione sia preoccupante, in tono vagamente accusatorio, come se fossi il responsabile di una crisi che sta colpendo l’intero settore. Insieme ai miei collaboratori stiamo facendo fronte a grandi sacrifici, per poter salvare una realtà che amiamo.
Stesse fonti interessate (e non verificate), probabilmente, hanno anche suggerito l’idea di una pendenza nei contributi Inps o Inpgi; ripeto: è una totale falsità che vi siano pendenze da parte nostra, una totale falsità che non comprendo perché riproporre così insistentemente. Colpa, anche qui, di fonti inaffidabili e non verificate?
Le stesse fonti che hanno interpretato a proprio uso e consumo la sentenza di primo grado nei confronti di Maria Luisa  Mastrogiovanni? L’assoluzione del primo grado è riferita al reato di diffamazione contestatole: il giudice non ha ritenuto che tutte le accuse nei miei confronti fossero veritiere ma che il diritto di critica, visto l’interesse pubblico dei temi trattati, fosse prevalente rispetto alla tutela della mia onorabilità personale. Una sentenza che rispetto, ma non condivido (e infatti ho proposto appello).
Un’interpretazione ben diversa, come vedete, e che non è chiara, come vedo, solo a chi questa verità non ha interesse a raccontarla e da semplice lettore sono obbligato a chiedermi il perché. Le risposte le troverò nelle sedi che riterrò più opportune. Per ora mi limito ad invitarvi a seguire i lavori del tavolo tecnico di cui faccio parte: potreste addirittura scoprire che esiste un progetto innovativo che non persegue un becero separatismo, ma una reinterpretazione delle nostre autonomie rispettosa della carta costituzionale; se seguirete quel tavolo, scoprirete probabilmente che “perfino” il sottoscritto ha dato un contributo a quel progetto, con spese personali ben più alte dei 9.000 euro lordi annui di cui (non) avete parlato. Fatelo, se lo ritenete. Nel mio piccolo lo chiamerei giornalismo.