Non sono ovviamente tutti degli ambientalisti, i cittadini di Istanbul – e non solo – scesi nelle strade in questi giorni per protestare  contro il taglio degli alberi di Gezi Park, ben 600 esemplari che troverebbero la morte per lasciare spazio ad un grande centro commerciale. Sicuramente c’è una diffusa intolleranza nei confronti del regime di Erdogan, ma la componente che protesta contro la sua politica anche territoriale sicuramente non è trascurabile.

Uno dei pochi viaggi che ho fatto in vita mia aveva proprio come meta Istanbul. Mi attirava questo connubio magico di oriente ed occidente. È stata un’esperienza sublime, ma c’era qualcosa nell’aria che lasciava presupporre un futuro di snaturalizzazione della città. Le merci taroccate, i grandi supermercati, le nuove opere, insomma una perdita progressiva di identità.

Le trasformazioni urbane che il regime ha intenzione di imporre alla città non fanno che confermare questa sensazione. Purtroppo, non c’è solo il taglio degli alberi di Gezi Park, c’è ben altro in programma. Anzi, forse Gezi Park è il meno rispetto alle distruzioni a venire. Vediamole.

Un terzo ponte sul Bosforo (che l’italiana Astaldi si è già aggiudicato), un terzo aeroporto che nelle intenzioni del regime sarà il più grande del mondo, un canale artificiale lungo 50 chilometri alternativo al Bosforo, ed addirittura una città satellite “Istanbul Metropolitan” che dovrebbe ospitare un milione e mezzo di persone e che dovrebbe sorgere proprio lungo la nuova via d’acqua. E poi nuove moschee, grattacieli e quant’altro, anche in funzione di quel cancro che saranno le Olimpiadi del 2020 alle quali Istanbul si è candidata.

Insomma, ancora la vecchia storia trita e ritrita delle grandi opere che distruggono territorio e snaturano il tessuto urbano.

Destra, sinistra, oriente, occidente, ditemi, vi prego, quale la differenza?

Povera Istanbul. Parafrasando una frase che lessi su un muro anni fa in una valle del cuneese “Visitate Istanbul prima che Erdogan la distrugga.”

 

 

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