Non ho guardato Sanremo, ma ho visto con interesse su internet il monologo di Luciana Littizzetto contro la violenza sulle donne. Tante cose condivisibili sicuramente, ma non solo. Purtroppo.

Si fa un gran parlare di violenza di genere, è un argomento cavalcato dai media, ma, a volte, l’impressione che ne traggo è che l’interesse si concentri esclusivamente sul destare l’audience. Un telegiornale parlava di Oskar Pistorius accusato di aver ucciso la sua fidanzata a colpi di pistola e specificava che il tutto era avvenuto nella giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Peccato che la giornata internazionale contro la violenza sulle donne sia il 25 novembre, mentre ieri, 14 febbraio, era la giornata dedicata al ‘One Billion Rising’, il flash mob mondiale contro gli abusi di genere.

Ciò che non ho condiviso del monologo della Littizzetto è il chiamare l’uomo violento “stronzo”: io ci lavoro con gli “stronzi” e, se davvero li considerassi tali, la violenza che essi hanno esercitato sulle loro compagne continuerebbe. E’ più importante emettere un giudizio o valutare cosa realmente è efficace nel contrasto alla violenza di genere? L’uomo chiamato “stronzo” difficilmente si metterà in discussione e continuerà tranquillamente ad agire attraverso la violenza.

Ammetto che non è facile non farsi scappare la parola “stronzo”, soprattutto quando conosci poco il problema o, al contrario, lo conosci molto bene, avendo ascoltato troppe volte il dolore di tante donne. Il discorso è ampio e complesso e mette in gioco emozioni forti. Un semplice post non è esaustivo, ma la mia esperienza è che le cose non sono mai così semplici come appaiono.

Sono sicuro delle buone intenzioni della comica, ma non posso esimermi dal fare delle considerazioni in proposito perché, per me, non si tratta di cavalcare un argomento perché è l’argomento del giorno o di occuparmene una-tantum. Non si combatte la violenza con l’aggressività o col giudizio, anche se questo non deve esimermi dal condannarla sempre e comunque. Se vogliamo contrastare la violenza lo dobbiamo fare in un terreno diverso dal suo, se gioca in casa le sarà più facile vincere.

C’è bisogno di molto di più che qualche parola sullo schermo per contrastare i fenomeni del maltrattamento e il femminicidio. Io mi chiedo: non sarebbe stato più utile, anziché parlare a Sanremo di violenza contro le donne in un monologo o scendere nelle piazze con una danza, ridurre i compensi dei conduttori e donare il resto ai numerosi centri antiviolenza che sono a rischio chiusura? Perché questi centri comunque portano avanti il loro lavoro non percependo, in anni ed anni di duro lavoro e sacrifici, cifre simili a quelle che chi è andato in tv a parlare di violenza percepisce in 5 giorni. Non è mia intenzione essere critico, ma semplicemente realista. Come aiutiamo maggiormente le donne? Parlando o agendo?

Io la mia risposta ce l’ho. Se non posso agire, almeno devo ponderare al meglio le mie parole.

di Mario De Maglie

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