“Sì, è vero: è stato fatto un uso politico delle intercettazioni”. Parola di Antonio Ingroia, ora candidato premier per Rivoluzione Civile, ma fino a un mese fa procuratore aggiunto della Procura di Palermo. Un’affermazione dal contenuto ambiguo quella del pm durante Omnibus, su La7. Tanto ambigua che ha creato un vespaio di polemiche. Neanche la spiegazione successiva alla presa di posizione, del resto, è servita a chiarire il significato e le intenzioni di Ingroia. Per l’ex pm, infatti, l’utilizzo del mezzo investigativo a fini politici “è stato l’effetto relativo” perché “la causa è che non si è mai fatta pulizia nel mondo della politica”. In caso contrario, “non ci sarebbero state inchieste così clamorose e non ci sarebbero state intercettazioni utilizzate per uso politico”. E sta proprio nel termine ‘utilizzate’ l’ambiguità di fondo del discorso di Ingroia. Utilizzate da chi? Dai pm (quindi anche da lui che ora è a tutti gli effetti un politico)? Oppure dalla stampa e dalla politica stessa? Il dubbio rimane.

Chiarissima, al contrario, la posizione politica sul ‘tema intercettazioni’ da parte di Rivoluzione Civile, “contraria a qualsiasi legge bavaglio“. In tal senso, per Antonio Ingroia “l’importante è salvare il diritto alla libertà d’informazione dei cittadini, naturalmente in relazione solo alle intercettazioni che non siano irrilevanti e che non violino il segreto investigativo e che siano di interesse pubblico e poi è importante preservare uno strumento che ad oggi si rivelato il più utile sia per la lotta alla mafia che alla corruzione“.

Inevitabile la reazione incendiaria del Popolo della libertà, che ha affidato a Daniele Capezzone il proprio punto di vista sulla questione. ”Quando Antonio Ingroia ammette l’uso politico delle intercettazioni, mette una pietra tombale sul suo lavoro, e ‘confessa’ il taglio politico della sua opera”. Per il portavoce del Pdl, inoltre, “oggi tutti comprendono l’animus con cui ha operato: se lo dice lui…”. Poi la conclusione, giocata sull’ironia: “Se fosse un film, saremmo al ‘the end’ conclusivo. Ma non è un film: è la conferma di quello che ogni garantista e ogni persona di buon senso poteva vedere”.

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