Tsunami tour, Beppe Grillo a TeramoVittoria dell’antipolitica

Testata: Jungle World
Data di pubblicazione 17 gennaio 2013
Articolo originale di Catrin Dingler
Traduzione di Claudia Marruccelli e Mirko Bischofberger per www.italiadallestero.info

Il 24 febbraio si andrà alle urne in Italia e la campagna elettorale che si sta svolgendo nel segno del populismo indica chiaramente in che maniera il berlusconismo ha influenzato la cultura politica del paese.

Il sogno di un’equivalente italiana della coalizione greca Syriza non si è realizzato. Già a fine estate il suo leader, Alexis Tsipras, aveva invitato i compagni italiani a non “continuare a sbranarsi reciprocamente”. Tuttavia nonostante venga da anni manifestata la volontà di creare una “sinistra unita e pluralistica”, il Partito Democratico non è riuscito ad unire le forze politiche di sinistra.

Nichi Vendola, segretario del piccolo partito Sinistra Ecologia e Libertà (SEL), nonché governatore della Puglia in una giunta regionale formata da una coalizione liberale, è stato a lungo considerato come la speranza di una nuova sinistra unita. Candidato inizialmente per la carica di Presidente del Consiglio, a seguito dell’insediamento del governo provvisorio di Mario Monti si è ritirato, e ha optato per una una coalizione con il Partito Democratico. Molto prima della vittoria alle primarie di dicembre  del segretario del PD Pierluigi Bersani, Vendola aveva sottoscritto il piano di dieci punti denominato “Bene pubblico Italia”.

Questo era il titolo del programma di governo provvisorio concordato, in caso di vittoria della coalizione di sinistra: in primo luogo il riconoscimento dell’importanza dell’Europa e l’adesione al protocollo d’intesa con i socialisti europei per contribuire ad un “consolidamento della unità politica nell’Unione Europea”. Gli altri punti si riferiscono a un’Italia, in cui le promesse di retromarcia del governo allora guidato da Silvio Berlusconi sui propri errori politici nelle finanze e nell’istruzione, per compensare il disagio sociale della “politica di riforme” di Mario Monti, restano davvero vaghe.

In conclusione i firmatari si impegnano a restare fedeli alla coalizione e a rispettare e accettare gli accordi internazionali già siglati. L’esperienza del passato, che ha visto il fallimento dei governi di centrosinistra  con il conseguente annullamento anticipato degli accordi di coalizione, non dovrà ripetersi. Su questo punto la base di SEL non  fa mancare le polemiche, visto che tra l’altro il partito si è impegnato al riconoscimento del patto fiscale europeo.

L’immediata sospensione della politica di austerità è stata una delle principali richieste presentate dagli Arancioni, una coalizione nata agli inizi di dicembre con lo slogan non proprio originale di “Cambiare si può”. Il tentativo di creare un’alternativa di sinistra formata da un mosaico di movimenti sociali  e fazioni comuniste, è tuttavia fallito dopo poche settimane. La lista Rivoluzione civile presentata dall’ex procuratore antimafia Antonio Ingroia raccoglie frange di altri partiti di sinistra, però gli iniziatori  della “società civile” nel frattempo hanno in gran parte ritirato il proprio appoggio  alla coalizione elettorale.

Inoltre non è ancora chiaro se la lista riuscirà a superare lo sbarramento del 4% per l’accesso alla Camera dei deputati. Dal momento che l’alleanza tra i populisti di destra del “Movimento 5 stelle” del comico Beppe Grillo è assolutamente in contrasto con il compromesso socialdemocratico di Vendola, appare impossibile un accordo di coalizione. A ciò si aggiunge l’improbabilità di entrare al Senato, dove la soglia di sbarramento è all’8%.

Vendola difende la sua fedeltà al Partito Democratico, basandosi sull’attuale legge elettorale, con queste parole:  “Siamo noi che in prima persona possiamo spostare a sinistra  l’equilibrio del potere sociale e politico della società italiana”. In realtà solo un risultato elettorale favorevole alla sinistra potrebbe evitare un secondo mandato per Mario Monti.

Secondo la vigente legge elettorale i premi di maggioranza nei due rami del parlamento sono distribuiti in maniera differente. Alla Camera il bonus viene assegnato in base al risultato complessivo delle consultazioni a livello nazionale, e secondo i recenti sondaggi  ci si dovrebbe aspettare dalla coalizione di sinistra una larga maggioranza. Al contrario al Senato il bonus viene assegnato in base ai risultati elettorali a livello regionale. Qualora molte delle grandi regioni come la Lombardia, la Campania, e la Sicilia dovessero venire a mancare, la coalizione di sinistra perderebbe la maggioranza al Senato. In questo caso i democratici sarebbero costretti ad una coalizione con Monti per formare un governo di maggioranza.

Dopo che il Partito Popolare Europeo a Bruxelles poco dopo Natale ha manifestato apertamente le proprie preferenze per  l’ex Presidente del Consiglio quale candidato premier, Monti ha rinunciato alla sua presunta imparzialità. Si è proposto come sponsor per una lista elettorale da lui creata, dal nome ambiguo di “Scelta Civica per Monti” in cui sono confluiti i democristiani dell’UDC e la frazione politica postfascista del FLI.

I partiti di centro mirano ad evitare una netta maggioranza al Senato, allo scopo di  imporre la propria influenza. Monti ha ripetutamente invitato il candidato premier del PD a tagliare le “ali estremiste“ della sua coalizione e a prendere le distanze  dalle forze sindacali “antiquate”. Bersani ha replicato all’arroganza professorale con velata moderazione: il PD tiene aperta la possibilità di un’alleanza con i conservatori e non conduce alcuna campagna offensiva contro Monti,  anzi considera ancora Berlusconi come proprio avversario politico.

Tuttavia nonostante la sua costante presenza in tutti i canali televisivi, anche per l’ex Presidente del Consiglio la preoccupazione è quella di evitare una maggioranza di sinistra al senato. Eppure la campagna elettorale indica quanto influente sia il berlusconismo nella cultura italiana.

Tutte le formazioni politiche sono guidate da figure carismatiche. Monti ha dato non solo il suo nome alla lista, ma anche al suo programma elettorale. Il comico Grillo è persino il legale titolare del suo Movimento 5 Stelle, decide da solo chi può utilizzare il logo del suo marchio, concede o revoca  con autorità i diritti d’uso.

Gli Arancioni sono tenuti insieme dalla notorietà di Ingroia, il cui nome campeggia a caratteri cubitali sul logo della lista. La moda delle personalità in evidenza  si completa con l’introduzione di elementi plebiscitari. La vittoria della candidatura di Bersani alle primarie  ha rafforzato il legame tra il partito e i suoi seguaci.  Allo stesso tempo il sistema a elezione diretta sfavorisce il rifiuto di strutture di rappresentanza e  alimenta il risentimento verso le istituzioni.

La furia, con cui l’imprenditore edile e mediatico Berlusconi  si avventò vent’anni fa contro i vecchi partiti, imperversa ancor’oggi in tutti i campi politici. L’indignazione nei confronti della “casta politica” va di pari passo con il rifiuto  della differenza tra destra e sinistra e ha avuto il suo culmine  la settimana scorsa  quando Grillo rompendo con il consenso antifascista del dopoguerra, ha apertamente simpatizzato, sebbene non per la prima volta, con il movimento fascista “Casa Pound”.

Anche i restanti partiti, pur puntando su un presunto impegno  al di fuori dell’ambiente politico,  a seconda delle tendenze di opinione,  inseriscono nelle proprie liste elettorali alcuni “protagonisti della società civile”. Secondo la tradizione liberale, stanno optando per la lista di Monti “ Scelta Civica” rappresentanti dell’economia, del mondo universitario e della Chiesa.

La coalizione Bersani-Vendola  in linea con la  tradizione comunista di Antonio Gramsci punta sulla egemonia culturale e  nel rispetto di questi criteri propone quali candidati personaggi del mondo sindacale e del giornalismo. E’ proprio il gruppo “Rivoluzione Civile” guidato dal PM Antonio Ingroia e appoggiato da alcuni suoi ex colleghi magistrati, che svela la motivazione normativa e penale di questi benefattori impegnati politicamente.

Lo zelo giuridico è rivolto non solo contro gli intrighi mafiosi, ma sempre più anche contro i movimenti della sinistra. La settimana scorsa sei persone, che avevano partecipato ad una manifestazione nell’ottobbre del 2011, conclusasi con violenti scontri, sono stati condannati a Roma a lunghe pene detentive accusati di “saccheggio e devastazione” in base ad  un articolo risalente al vecchio codice penale antifascista. Per uno dei condannati non è stato possibile dimostrare nemmeno il reato di danneggiamento, visto che dal materiale fotografico risulta fermo in prossimità di un veicolo dei carabinieri in fiamme mentre sta ridendo.

La repressione del conflitto sociale, attuata in modo sproporzionato, a scopo intimidatorio, fa consenso all’interno della società civile. Non a caso tra i candidati della lista civica di Ingroia è presente anche l’ex magistrato Antonio di Pietro, che in passato si era dichiarato contrario all’istituzione di una commissione d’inchiesta parlamentare per le violenze a Genova nel 2001. I movimenti radicali di sinistra  dovranno affrontare il conflitto con questo populismo dai risvolti criminali che coinvolge i partiti, anche se gli stessi si definiscono “osservatori esterni e disinteressati” della campagna elettorale.

 

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