Dottor Antonio Manganelli, ci piacerebbe sapere cosa ha provato nel vedere il video trasmesso da “Chi l’ha visto” mercoledì sera con il bambino di 10 anni prelevato in una scuola di Padova dai “suoi” agenti dal banco a cui restava aggrappato con le mani, nel disperato tentativo di non essere portato via mentre le sue urla disperate raggiungevano i compagni di classe appena usciti al suono della campanella.
Un bambino catturato come farebbero gli accalappiacani con i randagi, trascinato mani e piedi per la strada mentre si dimenava implorando aiuto e urlando: “Non respiro!”. Infine, come un sacco di spazzatura, spinto a forza nell’auto, quasi che si trattasse dell’arresto di un capomafia.

Quel bambino, come tutti i bambini che lo hanno sentito urlare, non dimenticherà mai più la violenza subita dallo Stato in carne ed ossa. Lo Stato che ha violato il primario presidio di educazione alla legalità: la Scuola. E violentato uno dei suoi figli più fragili, un bambino vittima di un forte disagio a seguito di una disputa famigliare.

A lei, oggi, non spetta solo il compito di “rimediare”, ma anche quello di assumere su di sé la responsabilità di un gesto capace di rifondare quella credibilità, quella fiducia nella Polizia, che la renda degna di una democrazia matura soprattutto in tempi così martoriati.

Il Fatto Quotidiano, 12 Ottobre 2012

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