All’ordine del giorno in consiglio regionale c’è facebook: un’interrogazione presentata da Renzo Bossi e altri consiglieri leghisti chiede di vietare l’uso dei social network sui pc del Pirellone perché “distraggono chi vuole lavorare”. Davide Boni è in aula. Seduto sullo scranno da presidente del consiglio. Si assenta all’improvviso con inusuale velocità. Prende l’ascensore fino al venticinquesimo piano, perché lì ci sono gli uomini della guardia di finanza a perquisire i suoi uffici. Sotto, in aula, la seduta prosegue senza interruzioni fino alla pausa delle 13. E l’argomento facebook, accantonato con le parole di Roberto Formigoni (“divieto irrealizzabile”), lascia il passo alla discussione sul piano casa. L’inchiesta per tangenti che vede indagato Boni con altre sette persone, arriva in aula poco prima di pranzo. Con l’irruenza dei titoli delle agenzie di stampa: “Tangenti, indagato Boni”. Qualche consigliere è già uscito dal Pirellone, direzione ristorante. Come Stefano Galli, capogruppo del Carroccio, che scansa i giornalisti all’ingresso e con un cenno del dito fa segno di no, che lui non vuole commentare. Abbottonati pure gli altri lumbard.

Bossi junior torna da pranzo e scuote la testa: “Dopo, dopo”. Un parere lo rilascia Andrea Gibelli, numero due della giunta guidata da Roberto Formigoni. Parole misurate le sue. Un passo indietro di Boni? “Sono aperte tutte le possibilità, ma al momento non c’è alcuna richiesta formale da parte del partito”. Non si sbilancia nemmeno Ugo Parolo, il relatore della legge sul piano casa: “Da persona intelligente quale è, Boni trarrà le sue conclusioni”. La seduta del consiglio riprende. Ma viene subito interrotta, perché l’opposizione chiede una riunione tra capigruppo e ufficio di presidenza. Proprio l’ufficio che è stato falcidiato dalle inchieste. Boni è il quarto a esserne coinvolto. Prima di lui è capitato a Filippo Penati del Pd, poi a Franco Nicoli Cristiani e a Massimo Ponzoni, tutti e due del Pdl. Loro si sono dimessi da vice presidenti del Consiglio. Boni si vedrà. L’unico ‘superstite’ di quell’ufficio è il democratico Carlo Spreafico.

Il capogruppo dell’Idv Stefano Zamponi, mentre morde una brioche, scherza sugli scongiuri che dovrebbe fare. Spreafico, alla domanda se si stia già toccando, risponde: “Mia moglie me lo suggerisce da un po’. Io sono tranquillo”. E sorride: “Si vede che io non conto proprio niente”. Poi si fa serio: “All’ufficio di presidenza non si arriva grazie alle pendenze giudiziarie in corso. Qui non è l’anticamera del tribunale o il braccio di un carcere”.  Pd, Idv e Sel sono compatti nel chiedere le dimissioni di Boni, lo scioglimento del consiglio ed elezioni subito. L’Udc dice sì alle dimissioni, ma vuole nuove intese per continuare la legislatura: “Il Consiglio ha tanti importanti progetti da portare avanti”, dice il capogruppo Giammarco Quadrini. Il capo dei consiglieri del Pdl, Paolo Valentini, fa sapere che loro, le dimissioni, non le chiederanno: “Attendiamo gli esiti delle indagini, quindi nessun giudizio in anticipo”. Alle 16, con le fiamme gialle ancora al Pirellone, la seduta riprende. L’opposizione ne chiede il rinvio: oggi non è il caso di parlare di piano casa. Ma Lega e Pdl non ci stanno. Si va avanti. E meno male che facebook è ancora salvo, perché è sul social network che Boni riceve qualche messaggio in più di solidarietà.

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