Oggi è un cumulo di terreno compattato coperto da erbaccia che percorre le campagne. Doveva essere una superstrada di collegamento tra i paesi del Vallo di Lauro e l’A30, l’autostrada Napoli-Caserta. Un’arteria, ma soprattutto una via di fuga in caso di eruzione del Vesuvio. Invece, è una discarica di pattume tossico. Non è una semplice incompiuta, un’opera pubblica da 50 milioni di euro (40 per i due lotti oggetto di indagine) lasciata in abbandono. La strada è una bomba ecologica a cielo aperto: dentro c’è l’amianto, sostanza cangerogena. Lo scrive il Gip collegiale (D’Urso, Chiaromonte, Giordano) del Tribunale di Napoli che accogliendo le richieste della Procura, pm Simona Di Monte, ha mandato in carcere, nei giorni scorsi, imprenditori, autisti delle ditte di trasporto. E poi Antonio Iovino, capo dell’associazione a delinquere, già condannato per camorra, uomo del clan Fabbrocino, egemone nel vesuviano. Le ecomafie del terzo millennio esprimono il loro potenziale in questa storia che intreccia il traffico illecito dei rifiuti, la frode in pubbliche forniture, la truffa ai danni dello Stato: inquinamento e soldi. I soldi venivano accumulati attraverso la vendita di materiale per la costruzione del rilevato al costo di un euro a metro cubo, a fronte dei 6-8 euro di mercato. Un prezzo concorrenziale, facilmente spiegabile: quel materiale era scadente, “roba gialla”, “roba nera fetente” come si dicevano al telefono i responsabili che avevano la preoccupazione di occultarlo per evitare problemi nelle verifiche.

Ora resta un problema, chi bonifica quell’area? “ Noi abbiamo scritto a tutti perché si metta in sicurezza il sito – denuncia l’assessore all’ambiente del comune di Palma Campania Filippo Carrella – ma nessuno interviene”. La regione Campania e la provincia di Napoli hanno risposto che la competenza è del Ministero dell’Ambiente, quest’ultimo ha chiarito che i soldi sono finiti. Anche la Procura di Napoli con propri consulenti sta operando, in ordine al piano di caratterizzazione predisposto da Impresa Spa, per le opportune verifiche ambientali.

Il sistema della cricca dei rifiuti era ben rodato. Iovino era riuscito, attraverso prestanome, ad aggirare le misure di prevenzione patrimoniale e mantenere nel campo della fornitura di materiale da costruzione il monopolio nel nolano. L’imprenditore camorrista teneva in scacco le ditte di subappalto e le riforniva con materiali scadenti. Il progetto prevedeva un tracciato di 8 km con un’altezza fino a 8 metri, l’intera area di cantiere realizzata è pari a due chilometri e il rilevato è stato realizzato con 200mila metri cubi circa di materiale non “assolutamente idoneo per lo scopo in quanto non dotato dei requisiti minimi”.

L’appalto indetto dalla Vallo di Lauro spa, società consortile a prevalente capitale pubblico, era stato assegnato, nel 2006, alla Impresa srl, gruppo imprenditoriale romano. “Nonostante – scrive il Tribunale – alcuni evidenti negligenze nelle verifiche ascrivibili ai soggetti che dovevano controllare i lavori come i geometri Gaito e Torre, è emerso che la Impresa Spa è certamente stata danneggiata dalla condotta dei responsabili delle società subappaltanti (Arcater e Arcatrans)”. Le indagini condotte dai carabinieri di Nola e dagli uomini della Dia di Napoli, guidati dal capocentro Maurizio Vallone hanno portato, nei giorni scorsi, all’arresto di 14 persone, altre 25 sono indagate e al sequestro di 5 aziende riconducibili a Iovino. Gli arresti fanno seguito al sequestro del sito operato dagli inquirenti già nel gennaio 2010.

Sul rilevato stradale prima si vedevano i detriti, plastica, ferro, affioravano pezzi di eternit, oggi è tutto coperto da erbaccia. Nell’ordinanza del gip si riportano le analisi dell’Arpac, l’agenzia di protezione ambiente di Salerno che ha confermato come nei campioni analizzati sul posto ci fosse “ la presenza di amianto”. Il consulente della procura, il dottor Poto, ha chiarito che il materiale utilizzato “era costituito prevalentemente da rifiuti classificabili sia come speciali pericolosi sia come speciali non pericolosi, tra cui: pietrame di varia natura, scarti di lavorazione edili derivanti da demolizione di edifici, frammenti di eternit di dimensioni variabili, frammenti di asfalto, frammenti di guaina bituminosa, materiale plastico bruciato, materiale plastico in genere, frammenti di vetroresina, contenitori per prodotti chimici, tubazioni in pvc e metalli per impianti idrici, contenitori per siringhe, pneumatici”.

Quella che doveva essere la base per la realizzazione di una superstrada è un ammasso di munnezza tossica, una vera e propria discarica non autorizzata.

Sostieni ilfattoquotidiano.it: se credi nelle nostre battaglie, combatti con noi!

Sostenere ilfattoquotidiano.it vuol dire due cose: permetterci di continuare a pubblicare un giornale online ricco di notizie e approfondimenti, gratuito per tutti. Ma anche essere parte attiva di una comunità e fare la propria parte per portare avanti insieme le battaglie in cui crediamo con idee, testimonianze e partecipazione. Il tuo contributo è fondamentale. Sostieni ora

Grazie, Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

“Bastardi avidi e bugiardi”: il documentario che vuole smascherare le lobby del petrolio

next
Articolo Successivo

Napoli e Caserta, tumori in aumento nella terra delle ecomafie

next