Vent’anni sembrano pochi, poi ti volti a guardarli e non li trovi più” (F. De Gregori). Vent’anni dopo l’ondata di scandali e inchieste giudiziarie denominata Mani Pulite sembra che la classe dirigente italiana abbia di nuovo bisogno di una bella insaponata. Ce lo dice la cronaca quotidiana dei giornali che non si limitano a fare eco al potere; ce lo dice la Corte dei Conti che quest’anno ha parlato di un costo per la collettività di 60 miliardi di euro; ce lo dicono gli organismi internazionali, secondo i quali l’Italia è il Paese occidentale con il più alto tasso di corruzione (Transparency International).

Tutto doveva cambiare perché nulla cambiasse (il Gattopardo docet) e così oggi sono in pochi a credere ancora alla leggenda metropolitana della Seconda Repubblica: quella fauna torbida di furbetti ancora tira i fili della politica e dell’economia, ancora la legalità è un’eccezione mal sopportata (il rifugio dei deboli), ancora la democrazia formale fa da paravento a oligarchie e conflitti d’interessi, mentre l’informazione indossa troppo spesso i ridicoli panni della propaganda. Evidentemente non sono bastate le centinaia di condanne passate in giudicato. Evidentemente gli scandali passano e la vergogna non è virtù diffusa tra i molti impresentabili membri del potere politico ed economico, tanto che ci fa sorridere la dimissione del presidente tedesco a fronte di una vicenda che in Italia sarebbe liquidata con qualche battuta e magari qualche insulto agli accusatori.

Evidentemente le gestione del potere tramite scambi di favore, pressioni illecite e ruberie non è una mera patologia del sistema, ma una propensione presente nel Dna italiano: nessun altro paese mischia una simile corruzione con alcune tra le mafie più potenti e antiche del mondo e con rigurgiti di terrorismo di stato. Una magistratura capace e indipendente è indispensabile come l’ossigeno in un simile contesto, ma non basterà mai da sola. E nemmeno basterebbe il migliore possibile dei disegni di legge sulla corruzione.

Il contrasto meramente giudiziario non porta risultati duraturi ed efficaci se a ciò non si accompagna una presa di consapevolezza profonda dei cittadini, un percorso culturale che apra gli occhi a tutti e non usi la legalità solo come bandiera da tirare fuori quando ci torna utile, per poi rimetterla in soffitta quando costringe a scelte scomode.

In quella manciata di anni […] il primato della legge sulla politica garantito mediante l’autonomia e l’indipendenza dell’ordine giudiziario diviene ordinamento reale […]. La Costituzione scritta diviene Costituzione vivente rivelando tutta la sua portata rivoluzionaria e destabilizzante degli assetti del potere” (Il ritorno del principe, R. Scarpinato e S. Lodato). Le parole di Roberto Scarpinato sono di insuperabile chiarezza e ci devono ricordare che quello che è avvenuto vent’anni fa, ovvero l’applicazione equanime della legge anche ai potenti (al netto delle polemiche su alcuni possibili casi di eccessivo uso delle misure cautelari, che non spostano il dato di fondo accertato da innumerevoli condanne). Non è stata una stagione eversiva, ma semmai l’immagine fugace di quello che dovrebbe essere il Paese sognato dai nostri Padri: un luogo di democrazia, libertà e legalità, dove la politica è al servizio dei cittadini e non viceversa.

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