È ammirevole la paziente costanza con cui una serie di esponenti politici si adoperano per aumentare il discredito goduto presso i cittadini dalla loro categoria.

Nel giorno in cui la Corte costituzionale fa franare l’imbarazzante bugia con cui la vecchia maggioranza aveva tentato di evitare il processo per concussione e prostituzione minorile contro Silvio Berlusconi (“telefonò in Questura nelle sue vesti di premier”, “pensava che la ragazza fosse la nipote di Mubarak”), ecco che un altro folto gruppo di uomini di partito, per lo più targati Pdl, decide di immolare la propria residua (e ormai microscopica) credibilità sull’altare dei giochi olimpici.

I fatti sono noti. Il governo dice no alla candidatura di Roma per le Olimpiadi 2020 e il premier Monti motiva la scelta con un ragionamento di disarmante buonsenso. La situazione finanziaria del Paese è quel che è. I giochi sono una bella cosa, ma costano un patrimonio. Se qualcosa va storto diventano un bagno di sangue e l’Italia in questo momento non può permettersi di mettere a rischio altri soldi dei contribuenti.

La questione doveva finire qui. Anche perché gli italiani sanno benissimo come si sono conclusi la maggior parte dei grandi eventi sportivi degli ultimi 25 anni: colate di cemento, opere non ultimate, mazzette e mafia a gogò. Il tutto con costi che, in molti casi, si sono decuplicati rispetto al previsto.

Se poi qualcuno ha letto i giornali ha scoperto che autorevoli studi economici hanno dimostrato come le ultime cinque edizioni dei giochi “non abbiano mai evidenziato benefici economici a lungo termine”. E che anzi in Grecia maledicono ancora quelli di Atene 2004 dove, secondo un’inchiesta del Daily Mail, 21 sui 22 siti Olimpici sono subito rimasti inutilizzati, mentre per mantenere quelle strutture è stato speso più di mezzo miliardo di euro all’anno.

Insomma le Olimpiadi sono un lusso che uno Stato ancora sull’orlo del default come il nostro deve evitare come la peste. E invece, sprezzanti del ridicolo, immediatamente dopo il no di Monti, le cariatidi della politica, specialiste nei buchi di bilancio, partono subito all’attacco.

Forte delle sue preclare esperienze pre e post Mani pulite, Fabrizio Cicchitto tuona: “La rinuncia a sostenere la candidatura di Roma è un grave errore. Sappiamo benissimo che le Olimpiadi a seconda di come sono impostate e poi gestite possono essere un fattore di sviluppo o invece di dissipazione di risorse. A nostro avviso esistevano tutte le condizioni perché si verificasse la prima di queste due ipotesi”.

L’ex ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli, noto alle cronache per aver nominato a Firenze, su richiesta di un collega di partito, un provveditore alle Opere pubbliche senza requisiti e soprattutto gradito alla cricca di Balducci e Anemone, arriva addirittura alle minacce: “Il Pdl, partito fondamentale per il governo, non può accettare il no di Monti”.

Poi, in ordine sparso, parlano tutti gli altri: dal vicepresidente della regione Lazio, Luciano Ciocchetti (Udc), che si dispera : “Le Olimpiadi sarebbero state un traino per il Paese”; fino al vicepresidente dei deputati Pdl, un incredibile Maurizio Bianconi, secondo cui “ridurre la candidatura di Roma pura questione monetaria e, quel che è più grave, valutarla come “rischio dei denari dei contribuenti”, è spia di una cultura modesta, strabica, meramente economicista, gregaria degli interessi della finanza, antinazionale, perniciosa per la comunità”.

Roba da far impallidire Cetto La Qualunque. Degna di un paese, passato dal declino al degrado, che oggi tenta di non affondare dopo essere stato per anni qualunquemente governato. Povera Italia.

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