Tre settimane di proteste popolari e una rivolta della polizia dal sapore di colpo di Stato hanno spinto alle dimissioni il presidente delle Maldive, Mohamed Nasheed. “Lascio per il bene del Paese”, ha detto l’ormai ex capo di Stato in diretta televisiva, “non voglio governare usando il pugno di ferro”. Nasheed, ha lasciato il posto al suo vice Waheed Hassan. “Non si tratta di un golpe”, ha subito sottolineato il portavoce dei militari, Abdul Raheem Abdul Latif. Dietro questo cambio della guardia, però, si staglia l’ombra del predecessore di Nasheed, quel Maumoon Abdul Gayoom, al potere per trent’anni nel paradiso tropicale.

I disordini che hanno portato alle dimissioni di Nasheed sono stati limitati alla capitale Malè, e avvertiti soltanto nel centro della città mentre nel resto degli atolli affollati di turisti la situazione era normale. Tra i trecento e i quattrocento militanti dell’opposizione sono scesi per l’ennesima volta in piazza per chiedere le dimissioni di Nasheed fronteggiati dai militari che hanno sparato gas lacrimogeni per disperdere la folla. Ai dimostranti, che accusano i soldati di aver usato pallottole di gomme, si sono poi uniti anche gruppi di poliziotti che hanno occupato la sede della televisione di Stato da cui hanno trasmesso messaggi contro il governo e a sostegno di Gayoom.

Nessun problema per gli italiani, ha fatto sapere il consolato, né per i quaranta nella capitale né per gli ospiti nei resort turistici sparsi per l’arcipelago. La decisione di lasciare non sembra tuttavia essere stata dettata dal golpe in sé, ma dalle pressioni nei confronti del presidente fatte da settori del governo e delle Forze armate, per placare il disagio della polizia e di ampi settori della popolazione. Le proteste andavano avanti da tre settimane. A scatenarle era stato l’arresto un mese fa del giudice della corte penale, Abdulla Mohammed, con l’accusa di corruzione e di aver emesso sentenze motivate politicamente, come la scarcerazione di un oppositore politico. Il caso non è un incidente isolato, ma è considerato un esempio dei profondi problemi del sistema giuridico dell’arcipelago, in particolare per quanto riguarda la divisione dei poteri. Nei giorni seguenti le organizzazioni per la difesa dei diritti umani e le stesse Nazioni Unite hanno ripetutamente chiesto la scarcerazione del magistrato, considerato vicino all’ex capo di Stato. “Le opposizioni si sono unite. Abbiamo protestato per 28 giorni. Oggi festeggiamo le dimissioni. Un atto nell’interesse del Paese considerate le misure anticostituzionali prese di recente”, ha detto Dunya Maumoon, militante del Partito progressista, ora all’opposizione, e figlia dell’ex autocrate Gaymoon, che ha aggiunto: “Nasheed è sotto la custodia dell’esercito”.

E’ l’ultimo atto della lotta politica che culminerà con il voto del prossimo anno. Ex militante per i diritti civili, arrestato 27 volte sotto il passato regime e condannato a sei anni di carcere, fondatore, in esilio nello Sri Lanka, del Partito democratico, Mohammed Nasheed si impose nelle prime elezioni libere in trent’anni. In quattro anni si è distinto come paladino della lotta contro il riscaldamento globale, fondando il Climate Vulnerable Forum, per coordinare le politiche e le strategie dei trenta Paesi più a rischio per i cambiamenti climatici. Sua l’idea di tenere un consiglio dei ministri sott’acqua, in tenuta da sommozzatori per sensibilizzare la comunità internazionale sui rischi che corrono i 300 mila abitanti dell’arcipelago, minacciati dall’innalzamento del livello del mare. Suo anche il piano per sviluppare solare ed eolico e trasformare le Maldive in una nazione a emissioni zero. Sforzi che lo hanno fatto diventare protagonista del documentario “The Island President” premiato al Sundance e al Festival di Toronto.

Il suo mandato tuttavia è stato caratterizzato dall’opposizione dei sostenitori del passato potere e dai religiosi più conservatori che lo accusano di minare i fondamenti islamici dello Stato. Cui si aggiungono le proteste della popolazione per l’aumento dei prezzi. Il reddito medio pro capite è di 4.200 dollari l’anno, secondo i dati della Banca mondiale, e un terzo della popolazione vive grazie alla pesca. Condizioni che stridono con l’immagine di paradiso per ricchi vacanzieri, dove il turismo contribuisce a un terzo del prodotto interno lordo, che il Paese si è costruito dalla metà degli anni Settanta. Le frotte di turisti evitano tuttavia la capitale Malè, dove disoccupazione giovanile e tossicodipendenza sono in aumento. Un altro colpo la popolarità di Nasheed.

di Andrea Pira

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