Ieri stavo scrivendo un articolo in preparazione di una conferenza sull’Europa sociale, organizzata dalla Fabian Society. Come sempre, l’invito per coloro che mi leggono da Londra è di partecipare!

Parlare di Europa in UK non è impresa facile, e certamente il partito laburista ha bisogno di una nuova narrativa in grado di convincere gli elettori. La facile propaganda (la crisi è tutta colpa dell’euro e dell’Europa), benché completamente infondata, ha fatto purtroppo breccia nel popolo britannico, da sempre euroscettico, seppur con diverse sfumature. Io sono tra quelli che considera sbagliata e fallimentare la via dell’austerity dettata da Angela Merkel e Sarkozy.
Attenzione, non perché ritengo bisogni imboccare la strada tradizionale socialdemocratica, quella dell’espansione dello stato, che alcuni, nel dibattito britannico almeno, continuano ad invocare. Alcune delle lezioni che provengono dal passato – come per esempio le politiche keynesiane del dopoguerra, oppure la gestione della crisi del ’29 e i suoi limiti – sono certamente utili, ma possono essere fuorvianti, ad esempio perché al giorno d’oggi il processo di integrazione europea e l’interdipendenza tra paesi sono molto più avanti.

Il dato di fatto, al momento, è che i piani di austerity non stanno funzionando. In primo luogo perché sono dettati da logiche di corto respiro. E qui, forse, si può azzardare un paragone con la storia, e in particolare con la risposta alle crisi del 1970. All’epoca molti paesi europei decisero di combattere l’alto tasso di disoccupazione attraverso la riduzione della forza lavoro, favorendo l’uscita dal mercato di donne e lavoratori più anziani. Questa scelta, che si legava al modello di welfare tradizionale per quei paesi, ha portato nel lungo periodo a conseguenze drammatiche, in particolare al corto circuito tra numero (in aumento) di coloro in dipendenza (pensionati) e numero (in diminuzione) della popolazione attiva.

L’austerità non si è però affermata per caso, essendo invece il risultato del graduale logoramento dell’idea che la crescita sociale vada di pari passo con la crescita economica. Su quel principio si era fondata l’agenda di Lisbona, ma col passare degli anni il focus è passato da ‘growth & solidarity‘ a ‘growth & jobs‘. Per intenderci, un po’ quello che sta facendo Cameron qui in UK, sostenendo che l’unico modo per avviare la crescita è ridurre il welfare e i diritti, così poi la gente sarà costretta a lavorare di più per sopravvivere.

Io penso che questo sia sbagliato per due motivi. Il primo: perché per favorire la crescita serve l’agenda sociale. Un esempio: i servizi alle persone, sia bambini che anziani, sono necessari per permettere alla gente di lavorare, in particolare alle donne. In un clima di ristrettezze economiche si tratta dunque di favorire investimenti sociali strategici in ambito di welfare, individuando forme innovative per la loro erogazione.
Il secondo motivo è più politico: l’erosione dell’agenda sociale e dei diritti dei lavoratori innesca una corsa al ribasso senza limiti, che va quindi fermata. Per esempio, qui in UK il Primo Ministro sta già parlando di ridurre il peso dell’European social charter, quello, per intenderci, che rende legittimo per un lavoratore prendere un giorno di permesso in caso di malattia di un figlio.
Anche in Italia la discussione sulla riforma del lavoro mette in discussione l’articolo 18. I tagli ai cosiddetti diritti sociali ed economici non hanno un buon rapporto costi/benefici: il loro costo sociale è senza dubbio elevato, a fronte di un ipotetico (e credo limitato) vantaggio competitivo.

Su questo secondo me occorre riflettere con meno preconcetti e maggiore creatività, domandandoci se davvero non si riesca a immaginare un’alternativa all’ideologia dominante.

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