C’è stato un momento in cui ho pensato che mi sarei trovato d’accordo non dico con i federasti – non esageriamo: è più facile che rida alle battute di Leonardo Manera – ma con gli eterni feticisti della nicchia: quelli che, di fronte all’ennesima Djokovic-Nadal, mettevano le mani avanti e dicevano che avremmo visto la solita sfida tra il chiagnefottista serbo e il mutandato incerottato spagnolo.

Quel momento ha coinciso con le tre palle break consecutive avute da Djokovic sul 4-3 quarto set: sarebbe andato a servire per il match. E avrebbe vinto in quattro set, come avevo (facilmente) previsto.

Perso il primo, Nole aveva accelerato e, in quell’ottavo game, portato tre uppercut che avrebbero ucciso chiunque. Tranne Rafa: il quale, con grinta quasi commovente, si issava miracolosamente sul 4-4. La pioggia interrompeva momentaneamente l’incontro. E a quel punto la partita, fin lì “normale”, virava verso l’epica. Un concentrato di Pathos e Arte (più il primo, ma anche la seconda) che ha reso le sei ore di battaglia uno dei match più belli degli ultimi dieci anni. Qualcosa che chiude per sempre la bocca ai vedovucci inconsolabili del Frigidaire Elvetico: se, dopo questo incontro, qualcuno vi dirà che “il tennis è solo Federer“, indicategli con simpatia la neuro.

Ha vinto Djokovic, non ha perso Nadal. Un trionfo indimenticabile del tennis. Nadal ha vinto il quarto set e, a un certo punto, sembrava poter fare sua la partita. In particolare quando, avanti 4-2 e servizio, ha fallito sul 30-15 un comodissimo passante di rovescio a campo aperto. Lì Djokovic è rientrato e, tra una sportellata e l’altra, ha chiuso 7-5.

Da non tifoso dell’uno e dell’altro
, e pur sottolineando con un certo imbarazzo l’esultanza belluina del serbo a fine match, condita da fastidiosissimi segni della croce rivolti a Dio (se Dio c’è e ha il tempo di preoccuparsi delle partite di Nole, c’è di che essere atei); pur ribadendo e sottolineando tutto questo, questa finale ha fornito quantità industriali di colpi di scena, emozioni, sorprese, bellezza, stupori. Tutto quello che, per troppi anni, era mancato. Gli anni – terribili – delle finali Slam in cui Federer, per il plauso dei suoi centurioni, disponeva con agio – e sbadigli – dei Soderling e Gonzalez, Baghdatis e Philippoussis, Roddick e magari pure Ferrer al Masters: momenti terrificanti, che solo sadici – e corsivisti in cattiva fede – possono rimpiangere.

Non è stato, fino al secondo giovedì, un grande torneo. Tutt’altro. Le due semifinali, e più ancora la finale, ci hanno ampiamente riconciliato. Lode – pur senza iscrivermi ai loro fan club – a questi campioni autentici.

Continuerò inutilmente a sperare in una top ten che contempli gli Tsonga (c’è già) e i Gasquet (c’era), i Dolgopolov e gli Llodra, ma grazie. Musica per palati fini, spettacolo da ricordare. In breve: Tennis. Nella sua più alta accezione.

(Foto, Lapresse: Novak Djokovic festeggia la vittoria)

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