“Abbasseremo le tasse” è la “tetta promessa”, la grande mammella elettorale che ogni politico in corsa per vincere ha offerto alla fame del votante, alla sua angoscia, alla sua disperata dipendenza. Le abbasseremo, ve lo giuro, toglieremo il Suv a quelli che denunciano un reddito da ladri di biciclette e i vostri magri stipendi non saranno più taglieggiati alla fonte. Pagherete poco, pagheranno tutti.

Da quando ho memoria (e la mia vita è lunghetta) la promessa non è mai stata mantenuta. È diventata il mantra delle buone intenzioni, la madre di tutte le balle da comizio. Se, fra quest’anno e il prossimo, l’inverosimile Monti, riuscirà a “destinare 10-15 miliardi alla riduzione del primo scaglione Irpef dal 23 al 20 %”, come si dice, “verrà giù il teatro”. Il volume degli applausi farà crollare l’edificio del nostro scontento. Chi lo accusava di essere efficiente ma iniquo, tecnico ma schierato coi patrimoni, bello ma senz’anima dovrà tacere o almeno ridurre il volume del mugugno.

Se, invece, le cose rimarranno come stanno, con le tasse a gravare su quelli che le hanno sempre pagate e gli evasori sempre più evocati e sempre più evanescenti, ci resterà soltanto la nostra quota parte di realismo malinconico: è impraticabile da noi l’equità fiscale! Salvaci dalla noia e dalla ripetizione, Monti, facci sognare!

Il Fatto Quotidiano, 29 gennaio 2012

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