Quest’anno il Nobel per la pace è stato attribuito alle liberiane Ellen Johnson Sirleaf e Leymah Gbowee, e alla yemenita Tawakkul Karman per il loro impegno nella difesa dei diritti delle donne.

Tawakkul Karman, conosciuta in Occidente all’inizio di quest’anno, dopo essere stata intervistata dalla Cnn fuori dalla prigione di Sana’a dove era stata imprigionata per due settimane con l’accusa di propaganda contro il governo e perché impegnata attivamente nelle proteste contro il regime del presidente Ali Abdullah Saleh, ha sempre affermato che quanto sta accadendo nello Yemen è stato ispirato dalla Rivoluzione del Gelsomino tunisina, che ha portato alla caduta di Ben Ali.

Giornalista e fondatrice nel 2005 dell’ONG Women Journalists Without Chains, Tawakkul Karman è una militante del partito islamico e conservatore Al Islah. Impegnata a promuovere la libertà di informazione, i diritti delle donne, dei bambini e la lotta alla corruzione, dal 2007, ogni martedì, lei e il suo gruppo manifestano di fronte alla sede del governo.

Nonostante la popolarità internazionale che il premio Nobel le ha definitivamente conferito, in patria Tawakkul Karman farà molta fatica a far emergere la sua voce nel suq caotico dell’opposizione. Se è vero che i giovani universitari della generazione Facebook & Twitter l’hanno eletta come loro portavoce pacifica, bisogna però anche tener conto che il fronte della protesta è molto variegato e non esiste una leadership effettiva.

Il generale Ali Mohsen, passato dalla parte dei rivoltosi, e lo sceicco Hamid al Ahmar, capo della potente confederazione tribale degli Hashid, intendono spodestare il regime del presidente-maresciallo con la violenza, utilizzando metodi totalmente estranei a quelli degli studenti. La struttura tribale della società yemenita è uno dei motivi dell’instabilità attuale. Data l’estrema povertà in cui vive la maggioranza della popolazione, le tribù sono quasi obbligate per la propria sopravvivenza ad allearsi con chi dispone di più risorse, e il presidente Ali Abdullah Saleh, grazie a ricatti e promesse, è riuscito, fino all’inizio di quest’anno, a tessere un filo di potere intorno ai leader tribali più pericolosi.

E proprio per una questione tribale è iniziata, nel 2005, la protesta di Tawakkul Karman. Cercò di difendere e di rendere pubblica la vicenda del villaggio di Jabal Ja‘ashin, una piccola comunità a sud-ovest di Ibb, composta di trenta famiglie che furono cacciate dalle loro case perché il governo aveva deciso di regalare il terreno a un leader tribale vicino al presidente-maresciallo.

Tawakkul Karman, in un paese dove è radicato il maschilismo tribale e islamico, rappresenta anche una speranza per l’universo femminile. “Le uniche dodici donne con il volto scoperto dello Yemen”, lo slogan anti-Islam utilizzato durante la Guerra al Terrore da certa stampa nostrana per spiegare ciò che non si conosceva minimamente, è ovviamente un’autentica panzana. Abitando a Sana’a ho avuto modo di conoscere ragazze e donne che indossavano solamente lo chador, a volte nemmeno velate o vestite all’occidentale in numero superiore alla dozzina propugnata dai media.

Ovviamente il fatto che siano molte di più non giustifica il fatto che nello Yemen non vi sia una legge che fissa l’età minima delle ragazze per sposarsi, che il sessantasette per cento delle donne sono analfabete, che non possano andare da sole in un albergo e che nei ristoranti (quelli non frequentati dalla diplomazia occidentale) è prevista una sala per sole donne.

Qualche anno fa, a Ibb, presi un taxi collettivo per tornare a casa, a Sana’a. Sulla macchina c’era anche una ragazza. Non portava il velo e viaggiava da sola. Durante le sedute del qat seguì il rituale della masticazione insieme agli uomini presenti sulla vettura, quando la macchina si fermava per permettere ai passeggeri di pregare in qualche moschea, si metteva un velo in testa e compiva le sue preghiere. A un posto di blocco un giovane soldato non voleva lasciarmi proseguire perché diceva che il mio passaporto era falso. A causa di violente proteste popolari non era un momento particolarmente felice per girare il paese. C’erano stati dei rapimenti e il militare vedeva spie dappertutto. La ragazza senza velo fece da intermediario e dopo lunghe trattative l’ebbe vinta: potei rimanere in macchina e ripartire con loro verso Sana’a, e senza dare nessuna tangente al soldato.

Questo episodio mi ha fatto venire in mente l’intervista rilasciata ad AsiaNews da Tawakkul Karman: “Le donne devono smettere di sentirsi un problema e divenire parte della soluzione. Siamo state emarginate per lungo tempo e questo è il momento per le donne di levarsi e divenire attive senza bisogno di chiedere permessi o accettazioni. Questo è l’unico modo per dare qualcosa alla nostra società e permettere allo Yemen di raggiungere le grandi potenzialità che esso ha”.

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