Il genio se ne è andato. Nelle ore della commozione globale per la morte a 56 anni di Steve Jobs (persino il Viareggio, squadra della Lega Pro, ha annunciato che domenica scenderà in campo con il lutto al braccio), bisogna pensare anche al futuro.

Scrive il New York Times che l’ex ceo Apple ha passato gli ultimi giorni di vita – già da gennaio sapeva di avere un destino segnato – in una lunga preparazione alla morte. Con affianco la moglie Laurene e i quattro figli (“sono 10 mila volte meglio di qualsiasi cosa abbia mai fatto”), ha voluto salutare solo alcuni amici e persone importanti della sua vita. Ancora nulla si sa di come la famiglia intenda gestire l’immensa fortuna avuta in eredità, circa sei miliardi di dollari.

Ma sempre di ieri è la notizia, pubblicata dal Times, che in realtà Jobs ha lasciato un’eredità anche alla sua Apple: quattro anni di prodotti già pronti e tra questi, di certo, l’iPhone 5 e un dispositivo che punterebbe a rivoluzionare la tv. A gestire questa fortuna sarà Tim Cook, già braccio destro di Jobs e nuovo amministratore delegato della Mela.

Cook è salito sul palco di Cupertino solo martedì scorso per presentare l’iPhone 4s. È apparso impostato, ha dato vita a uno show “piatto” e non ha presentato un prodotto “totalmente nuovo” come le attese avevano pronosticato. Molti fan sono rimasti delusi ma, dopo la morte di Jobs avvenuta il giorno dopo, è apparso chiaro in che condizioni straordinarie si fosse svolto l’evento.  Cook, comunque, ad Apple si è distinto per importanti decisioni gestionali, a partire dalla chiusura di magazzini e fabbriche per appaltarle a terzi. La Borsa gli crede: il titolo Apple, nonostante la tragica notizia, ha tenuto.

Altro uomo chiave del futuro di Cupertino è il designer Jonathan Ive. Inglese, da quindicianni ad Apple, ha lavorato gomito a gomito con Jobs ed è lui ad aver firmato il design di tutti i grandi successi: iMac, Mac Book, iBook, iPod, iPhone, iPad e perfino il MacBook Air. È definito non a caso “l’Armani di Cupertino” ed è il miglior candidato a raccogliere l’eredità creativa di Jobs (ma non è un esperto di hardware).

Infine, c’è la Pixar, la casa di Toy Story, Alla ricerca di Nemo, Wall-e ,Up. Comprata da Jobs nel 1986 da George Lucas, è stata acquistata nel 2006 da Disney per sette miliardi di dollari facendo di Jobs, con il sette per cento, il più grande azionista della casa di Topolino. Su questa azienda – che nelle intenzioni originali doveva essere una casa di software –l’ex ceo Apple non ha avuto mai grande presa. Il “Jobs di Pixar” è tuttora John Lasseter: lui il “Walt Disney” dei giorni nostri, lui il visionario ideatore del logo – e dei cortometraggi – ispirati alla lampada Luxo, lui, con il suo stile pacioso, l’anima Pixar.

L’eredità di Jobs sembrerebbe in buone mani. Ma il suo talento assoluto sarà difficile da replicare.

Il Fatto Quotidiano, 8 ottobre 2011

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