Tutti ormai invocano la “società civile”, toccasana contro Berlusconi e contro la Casta. Cerchiamo allora di non barare. Perché, se per “società civile” finiamo per intendere anche un qualsiasi imprenditore nababbo che ancora non sia diventato un politico a tutti gli effetti, il prototipo della “società civile” diventerebbe proprio Berlusconi fino al giorno prima di “scendere in campo”. Non scherziamo, perciò. E non permettiamo che, una volta di più, il significato delle parole venga corrotto nel loro contrario. Montezemolo, Della Valle, Marcegaglia, e i tanti altri che si candideranno alla fase gattopardesca del dopo Berlusconi, con la società civile non c’entrano un prospero. Sono l’establishment, che con la società civile ha la stessa affinità degli invitati al ballo di prima classe del Titanic rispetto agli “ospiti” ammassati nella terza.

Ovviamente si possono inanellare dotte citazioni, da Adamo Smith a Hegel allo stesso vecchio Marx, per ricordare come in economia, sociologia, filosofia, “società civile” volesse dire, agli esordi, l’insieme contraddittorio e conflittuale della società borghese in contrapposizione al potere politico tradizionale prima o al cielo della rappresentanza “astratta” poi. Ma quando parliamo di “ società civile” oggi, nel senso delle lotte che almeno da dieci anni si auto-organizzano in Italia contro il regime, in polemica anche con gli acquiescenti partiti di opposizione, stiamo parlando di qualcosa di preciso e riconoscibile: una anti-politica che in realtà vuole innovare radicalmente la politica, riportarla ad avere una dignità che ha conosciuto solo in alcuni momenti storici cruciali (la Resistenza antifascista, in modo specialissimo), proprio perché è anti-establishment, proprio perché considera gattopardesca iattura il berlusconismo senza Berlusconi per il quale si vanno ora spendendo Confindustria e Chiesa (dopo che per quasi vent’anni hanno sostenuto – perinde ac cadaver – le aspirazioni totalitarie del barzellettiere di Arcore).

Del resto, se davvero rappresentassero quanto di “civile” residua ancora nella società italiana, questi convertiti dell’antiberlusconismo in zona cesarini proporrebbero almeno, come abc di inderogabile discontinuità con le macerie cui Berlusconi ha ridotto il paese, l’abrogazione di tutte le leggi ad personam (vere e proprie leggi-vergogna e leggi-canaglia), e della controriforma-Gelmini, e dei condoni di grassazione, e delle depenalizzazioni di fatto dei falsi in bilancio, dell’evasione e di mille altre porcate del regime. Di cui sono corresponsabili o meglio (per essere più onesti con le parole) omertosi complici.

Gli “imprenditori” in Italia in realtà sono sempre stati, tranne eccezioni che ogni volta si contano sulle dita di una mano, “Razza padrona”, una metafora che purtroppo si è persa e che sarebbe opportuno rimettere in auge, perché altrettanto rigorosa di “Casta” per i cacicchi dei partiti. Privatizzare i profitti e statalizzare le perdite, grazie al vizioso e vischioso intreccio con il Palazzo e le corruzioni e illegalità della stanza dei bottoni: questa è stata la stella polare dei nostri ridicoli “capitani coraggiosi”, pronti a delocalizzare un made in Italy che è tale ormai solo sulle etichette, e a “risparmiare” sulla sicurezza senza patemi d’animo per gli inevitabili “omicidi bianchi”. Al punto di stracciarsi le vesti nell’assemblea di Confindustria, se alla fine un tribunale li considera per quello che sono, omicidi tout court, e per la prima volta fa giustizia mandando in galera (caso Thyssen) il padrone e i suoi scherani.

Vorrei essere certo anche io, come sembrano essere tutti, che questi siano gli ultimi giorni politici di Berlusconi. A parte il fatto che lo saranno davvero solo quando coincideranno con i primi della galera (altrimenti vorrebbe dire che il regime si è garantito una eterna impunità), temo che l’uscita da Palazzo Chigi del puttaniere idraulicamente artefatto si ridurrà a poco più di un giro di valzer (ho detto valzer, non Walter), se come rappresentanti della “società civile” verranno spacciati imprenditori ammanicati, o un seminario a Todi, officiante il cardinal Bagnasco, deciderà se alla Chiesa dello Ior e del no-Ici convenga di più Casini o Passera.

Il regime di Berlusconi non è stato solo il paradiso per le cricche e le mafie, l’eden per i lacchè in posa da giornalisti, lo giulebbe per i grandi evasori e per i corrotti di ogni appalto, il grembo materno per le P3, P4… Pn con relativi magistrati e carabinieri e finanzieri spergiuri, è stato anche lo strumento per la più disgustosa esplosione di diseguaglianza dell’Italia da quasi un secolo (neppure durante il fascismo si è accresciuta con tali ritmi). Valletta guadagnava 20 volte lo stipendio di un operaio Fiat, Marchionne 435 senza le stock option, e la spudorata esibizione di lusso di infiniti “nullatenenti” può essere verificata dagli orrori cafonal-milionari quotidianamente documentati da Pizzi su Dagospia, o in ogni porticciolo e perfino parcheggio auto sotto casa. Tutto questo mentre non arrivare alla quarta settimana riguarda ormai milioni (a due cifre) di cittadini.

Purtroppo, la società civile vera, che da anni scende in piazza e lotta, rischia una volta di più di aver scosso l’albero, con passione, tenacia, sacrificio, perché ad appropriarsi dei frutti sia poi qualcuno che su quell’albero aveva gozzovigliato da parassita. Oggi il dopo-Berlusconi sembra essere “cosa loro”, faccenda che l’ancient régime intende regolare al suo interno tra nascente “partito dei padroni” e sempiterno clero. Sarebbe il caso che anche il “terzo stato”, la società civile delle lotte, avanzi le proprie candidature e si organizzi.

Il Fatto Quotidiano, 5 ottobre 2011