L'incendio della piattaforma Deepwater Horizon nel Golfo del Messico il 21 aprile 2010

Le società petrolifere Bp, Transocean e Halliburton sono responsabili dell’incidente del 20 aprile 2010 presso la piattaforma Deepwater Horizon, in cui persero la vita 11 uomini ed altri 16 rimasero feriti. Un’esplosione che, per i successivi 87 giorni, portò quasi 5 milioni di barili di petrolio a riversarsi nelle acque del Golfo del Messico. A stabilirlo è il rapporto finale del Bureau of Ocean Energy Management, Regulation and Enforcement (Boemre), agenzia facente capo al Dipartimento degli Interni del governo Usa, per cui le tre società “hanno violato diverse leggi federali sulla sicurezza offshore”.

Dopo quasi 17 mesi di indagine, dunque, l’agenzia governativa non ha più dubbi: per tagliare costi e tempi a causa di un buco nel budget di alcune decine di milioni di dollari, Bp prese consapevolmente i rischi che portarono al più grave disastro petrolifero della storia. Le accuse sono gravissime: impreparazione, negligenza ed avidità, legate tanto al desiderio dei dirigenti di risparmiare sui costi quanto all’imprudenza di alcuni tecnici. “Se i lavoratori fossero stati maggiormente vigili – si legge nel rapporto – la portata del disastro sarebbe stata inferiore”.

La causa principale dell’esplosione sarebbe da attribuire al cedimento di una barriera di cemento nel pozzo Macondo, diretta conseguenza di “una cattiva gestione dei rischi e a cambiamenti dei piani all’ultimo minuto”. I motivi restano ignoti, ma gli investigatori federali sono perentori: “Pur sapendo di questo difetto nel rivestimento di cemento, Bp non ne ha fissato di aggiuntivo, né ha applicato barriere meccaniche nel pozzo”. Nelle 217 pagine del rapporto, che ripercorrono quanto accadde quel tragico 20 aprile, si legge che “la perdita di vite nel sito Macondo il 20 aprile 2010 e il conseguente inquinamento del Golfo del Messico durante l’estate del 2010” sono stati il risultato, oltre che della “pessima gestione del rischio”, anche “delle inosservanze nel controllo degli indicatori critici, dell’inadeguato controllo dei pozzi e dell’insufficiente formazione di risposta alle emergenze”.

Il colosso britannico è ritenuto il principale responsabile dell’accaduto, in quanto operatore preposto al controllo di tutte le attività svolte presso la piattaforma, inclusi il corretto funzionamento della strumentazione e la tutela dell’ambiente. Ma è colpevole anche Transocean, proprietaria della Deepwater Horizon, che ha mostrato enormi lacune soprattutto nella gestione della sicurezza del personale. La società appaltatrice Halliburton, contractor della Bp, è invece ritenuta responsabile dei problemi legati ai lavori di cementazione e del fallimento di alcune attività di monitoraggio condotte da una sua controllata, la Sperry Sun.

Bp ha già destinato più di 40 miliardi di dollari in risarcimenti, opere di compensazione e di restauro. Una cifra che, se sommata alle denunce ricevute dalle centinaia di persone colpite o rovinate dalla “marea nera”, rappresenta solo una parte delle spese che la multinazionale dovrà ancora affrontare. Soprattutto ora che anche il governo di Washington, spesso complice della compagnia petrolifera nel minimizzare gli effetti dell’incidente, non ha più dubbi sul fatto che sia essa la principale responsabile dell’accaduto. Da parte sua, attraverso le parole del portavoce Scott Dean, Bp fa sapere che “riconosce il suo ruolo nell’incidente, e sta portando avanti iniziative concrete per aumentare la sicurezza”. Ma ora si attende febbraio, quando grazie ad una class action avviata da singoli cittadini e dagli Stati bagnati dalle acque del Golfo, costituitisi parte civile, si terrà il processo legale contro le tre compagnie. Un fatto che, come afferma David M. Uhlmann, ex capo del Dipartimento di Giustizia ambientale, molto probabilmente porterà Bp, Halliburton e Transocean a “sostenere accuse penali rilevanti, oltre che dover rimborsare somme ingenti legate ai danni creati”.

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