Adidas, Nike e Puma fanno a gara per ripulire la propria filiera produttiva. Al di fuori delle tradizionali logiche di mercato, i tre brand mondiali hanno iniziato una competizione virtuosa in risposta all’allarme di Greenpecae sulle sostanze tossiche contenute nei loro capi d’abbigliamento sportivi. Con i due rapporti “Dirty Laundry” (Panni sporchi 1 e 2) pubblicati la settimana scorsa, l’associazione ambientalista ha denunciato la pericolosa concentrazione di elementi altamente pericolosi nei capi di 14 brand internazionali. In cima alla lista troviamo il nonilfenolo (Np), una sostanza che non si degrada facilmente, “bioaccumulante” in quanto si accumula lungo la catena alimentare e che può alterare il sistema ormonale dell’uomo anche a livelli molto bassi.

Allarmanti i risultati dell’indagine Greenpeace: su 78 articoli di abbigliamento e scarpe sportive analizzati in 18 differenti Paesi in tutto il mondo, fra cui anche l’Italia, 52 prodotti appartenenti a 14 marche sono risultati positivi al test sui nonilfenoli etossilati (Npe). Coinvolti i più grandi nomi dell’abbigliamento sportivo mondiale, tra cui Abercrombie & Fitch, Adidas, Bauer Hockey, Calvin Klein, Converse, Cortefiel, H&M, Lacoste, Li Ning, Meters/bonwe, Nike, Phillips-Van Heusen Corporation (PVH Corp), Puma e Youngor.

Oltre ai rischi diretti per milioni di consumatori in tutto il mondo, per lo più giovanissimi, questi elementi tossici inquinano gravemente l’ambiente dove vengono dispersi. Gli effetti più disastrosi si verificano in Asia, terra di delocalizzazione per le grandi multinazionali manifatturiere attratte dai bassissimi costi della manodopera. Le analisi Greenpeace hanno infatti rivelato un alto livello inquinante degli scarichi di due complessi industriali cinesi del tessile, lo Youngor Textile Complex e il Well Dyeing Factory Limited, Well Dyeing Factory Limited,  rispettivamente sul delta del fiume Yangzte o fiume Azzurro (il più lungo della Cina che fornisce acqua potabile a circa 20 milioni di persone) e del fiume delle Perle (il  terzo  in  lunghezza). Ritrovati contaminanti  pericolosi  per  l’ecosistema  e  per  la  salute  umana  tra  cui  metalli pesanti, come cromo, rame e nichel, e  composti organici volatili quali il dicloroetano, il  tricloroetano (cloroformio) e il tetracloroetano.

Il problema è che, contrariamente a quanto succede in Europa, in Cina l’utilizzo di elementi chimici pericolosi non è assolutamente regolamentata. In Ue, invece, il nonilfenolo è stato introdotto nella lista delle sostanze pericolose prioritarie all’interno della Direttiva quadro sulle acque (2000/60/CE) e dal 2005 è vietato nei prodotti in commercio se presente  al  di  sopra  di una  certa quantità  (0,1%  in  peso). Il perfluorottano sulfonato (Pfos) è stato di recente introdotto nella lista dei composti  organici persistenti (Pop) all’interno della Convenzione di Stoccolma, trattato internazionale volto  alla protezione della salute e dell’ambiente dagli effetti di queste sostanze. Ma in Cina tutta questa normativa non c’è.

Ecco allora che la competizione virtuosa innescatasi tra i tre brand Adidas, Nike e Puma non può che essere una buona notizia. “La strada verso l’inquinamento zero è lunga, ma la competizione tra queste grandi multinazionali non può che giovare all’ambiente”, si è felicitato Yifang Li di Greenpeace East Asia. “Dopo che queste grandi firme dello sport hanno tracciato la rotta verso un futuro senza elementi tossici nella manifattura, adesso tocca agli altri attori della grande industria fare qualcosa per l’ambiente e per la nostra salute”. Il programma più ambizioso è quello di Adidas, che promette di ripulire tutta la propria catena produttiva entro il 2020 “eliminando totalmente gli Npe” secondo un approccio “sicurezza a tutti i livelli”. Adidas assicura anche “piena trasparenza” sui prodotti chimici utilizzati nei propri stabilimenti. L’impegno è poi di allargare la nuova prassi virtuosa a tutti gli attori degli anelli di produzione dei propri capi d’abbigliamento. Adesso non resta che aspettare la risposta di Puma e Nike.

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