Ho sempre sostenuto che i privilegi di casta non vanno bene, anche se la magistratura (specie quella ordinaria) è un baluardo della democrazia, che va sempre difeso e salvaguardato. Ma è mia convinzione che la magistratura amministrativa deve dimostrare (al pari di quella ordinaria) di avere gli anticorpi avverso certi comportamenti e che i magistrati debbano dimostrare maggiore responsabilità degli altri, specie nei momenti difficili.

E allora eccomi ad affrontare un nuovo, spinoso, tema: quello degli stipendi dei giudici amministrativi, che, come noto, sono stati decurtati con le varie manovre finanziarie. Ne avevo già anticipato qualche aspetto, ma la prospettiva di analisi che vorrei proporre è quella del rapporto tra associazioni di magistrati e Governo, ed in particolare l’assoluta necessità di un rapporto di lealtà, trasparenza e correttezza.

Infatti, la proposta dell’allora presidente dell’Anma (Associazione nazionale magistrati amministrativi), Linda Sandulli, di fronte alla decurtazione degli stipendi è stata quella di ri-aumentarsi gli stipendi! Da soli. Cioè con un contenzioso giudiziario… innanzi a sè stessi! Ciò è tecnicamente possibile in quanto la competenza per decidere le controversia dei magistrati del TAR e del Consiglio di Stato, è… del TAR e del Consiglio di Stato.

Per non far apparire questa “manovra” troppo evidente, la presidente Sandulli ha  proposto una soluzione geniale: evitare di fare il ricorso come associazione di categoria (che comprende oltre il 95% dei magistrati…) e farlo fare a qualche singolo socio. Esattamente sei, rigorosamente estratti a sorte.

Personalmente non condivido questo modus operandi. Credo si debba avere il coraggio di prendere una posizione di categoria evidente e pubblica. Trovo anche grave che si sia cercato di nascondere tale decisione: ne è seguita addirittura una querelle con coloro che volevano la verbalizzazione di quanto accaduto e che si cercava, invece, di impedire. Infatti erano in corso trattative con il Governo, e intavolare o preparare un contenzioso “pilotato” dall’associazione, senza dire nulla, non sarebbe stato espressivo della lealtà e dignità che deve caratterizzare il corpo magistratuale, almeno a mio avviso.

Oggi, dopo la nuova finanziaria, è comunque probabile che quei ricorsi non verranno mai presentati. Questa storia, però, credo che meriti di essere conosciuta, in quanto avvalora il mio dubbio di sempre: è giusto che siano i magistrati amministrativi a decidere delle loro questioni (stipendi, carriere, e quant’altro), o, piuttosto, non sarebbe meglio attribuirne la competenza giurisdizionale al giudice ordinario del lavoro?

Quando l’ottima giornalista Sabrina Giannini pose la questione in una sua inchiesta TV,  vi fu una levata di scudi da parte di tutte le associazioni dei Consiglieri di Stato e del presidente De Lise in persona, che si preoccuparono di specificare, con raffinati (quanto inutili) argomenti tecnici, che non si tratta di giurisdizione “domestica”. Chiamatela come vi pare, ma, al di là del termine, la sostanza del problema del conflitto di interesse mi pare che resti, eccome.

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