I riots londinesi guardano al futuro del multiculturalismo, della cosiddetta “gentrificazione”, dell’Europa al collasso. Non di scontro “neri vs bianchi” si tratta, e tantomeno di “minoranze etniche vs polizia” – anche se il razzismo di Scotland Yard è ben noto. Si tratta, invece, di una rivolta dal protagonista unico, dal nome che molti si vergognano di pronunciare, che è: “proletariato”. Studenti e anarchici, tentammo di scriverlo mesi addietro, hanno forse “scaldato” il terreno. Ma sono loro, i proletari, ad essere ora all’arrembaggio della città

Proletari del XXI secolo, certo. 2.0. Forgiati dalla cultura del centro commerciale, di X Factor e di News of The World. Per questo dovremmo essergli meno “fratelli”? Non ci insegnano forse le università a diventare geni del marketing, a “vendere qualcosa”, a inculcare in quelli come loro, le masse amorfe, gli ultimi, il desiderio delle merci? Se, come recita Vincent Cassell – un tempo attore in quel gioiello di critica sociale che fu L’Odio“il lusso è un diritto”, perché aspettare di finire master, Phd, carriera, mutuo, quando puoi arraffare da una vetrina sfondata?

A Croydon, Tottenham o Hackney non c’è meno pane e meno lavoro che nel Sud Italia. Di sussidi campano in molti, forse troppi, e sicuramente non è il caso di parlare di “banlieu inglesi”, dato che qui a differenza che in Francia spesso i poveri convivono fianco a fianco con i ricchi. Anche nella mia Peckham, dove pure hanno incendiato un paio di autobus, la qualità della vita è mediamente superiore alla periferia campana, nonostante qui in molti chiamino l’area ‘ghetto’. Il tumulto è scoppiato perché tutto questo non basta, non basta il pane, non basta avere un tetto dove dormire, se la prospettiva è quella d’una vita grigia passata a invidiare i ricchi, mentre i ricchi ti addomesticano e ti perquisiscono.

Bisogna visitarli, certi tuguri di immigrati che lavorano dodici ore al giorno, per capire che la felicità non può essere soltanto il nostro piccolo “benessere” – la mansarda riadattata in studio con vista su giardino di cui parlano tanti studenti universitari, entusiasti, che si fermano ai negozi di cupcakes e ti raccontano quanto è vivibile quella zona. Bisogna fare un po’ di spola tra il Nord e il Sud del Tamigi, per capire con quanto razzismo, e quanta ignoranza, la Londra di “sopra” tratta l’altra metà – del genere hic sunt leones.

Personalmente mi ritengo molto fortunato, per aver frequentato e per avere ancora la possibilità di conoscere tante persone di valore, minoranze attive o “persuase” che a Londra fanno del bene e non solo per se stesse, anche se è difficile trovare professionisti o “cervelli in fuga” preoccupati di qualcosa di più che della loro carriera, del loro star bene e – vedi i molti “artistoidi” di Hackney – della loro immagine. Mi fanno ridere tutti i simpatici espatriati italioti e stranieri, chiusi nelle loro case, che invocano proiettili di gomma e frignano: “Non distruggete Londra!”. Come se la città fosse solo loro, che ci vivono da un anno, e non dei riottosi che in molti casi vi sono nati – british al cento per cento.

Purtroppo o per fortuna, il rispetto delle leggi, per certi poveri cristi che vivono consumando producendo crepando di noia è solo formale, dettato dalla paura del carcere, e non certo per un radicamento / idenfiticazione con la Big Society di cui blatera Cameron. Che ci piaccia o no, un saccheggio può essere per molti occasione di riscatto, di fuoriuscita dall’anonimato, e addirittura un sollievo, un’euforia, un’urgenza e un desiderio di vita. A riot is the language of the unheard, disse qualcuno chiamato Martin L. King. La voce degli inascoltati in questo caso è brutale e oscena: facciamocene una ragione.

Dopiché, si tornerà alla normalità: tutti schiavi come prima. Un raffinato fascismo pubblicitario che invade ogni spazio, nell’oceano di consumo e sperpero senza limiti, sotto i giochi pirotecnici delle Olimpiadi: eccolo il sogno dei governanti. Mentre le sirene di polizia e le ambulanze continueranno a squarciare, come un lamento, il crepuscolo che avvolge la parte di città dimenticata dai “sempre-vincitori”.

di Paolo Mossetti, scrittore nato a Napoli nel 1983. Vive a Londra.

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