Due cose non mi sono piaciute a margine di quello che è successo alla Giornata dell’Innovazione durante la quale Brunetta ha insultato i precari definendoli “l’Italia peggiore”. Premetto che penso tutto il male possibile del ministro della Funzione pubblica, che ritengo un pericoloso oltranzista totalmente incapace di adempiere al ruolo che gli è stato accordato, nonché un uomo con ossessioni deleterie e rancori sedimentati. Premetto inoltre che l’insulto rivolto ai precari non è altro che un affondo vischioso e volgare contro quella che di fatto è la categoria simbolo del fallimento epocale delle politiche del lavoro attuate dalla destra italiana in nome del libero mercato, della deregolamentazione selvaggia e del pensiero neoconservatore.

Le mie perplessità riguardano due questioni che attengono al ruolo di primo piano assunto dalla rete negli ultimi tempi in quanto veicolo di comunicazione politica e sociale, ruolo ratificato dai recenti successi elettorali scaturiti, in buona parte, proprio dalla mobilitazione via web degli elettori.

La prima questione ha a che fare con la rete in quanto soggetto della rappresentazione popolare, e quindi politica, della società. Le campagne virali con le quali la rete ribatte alla violenza e all’oscenità di certe dichiarazioni (come appunto quella di Brunetta) e che assumono la forma di clip, giochi, calembour, status, spesso giocati sull’ironia, hanno troppo spesso una natura altrettanto violenta e volgare, il che impedisce di fatto la crescita di una sana cultura democratica, nonché l’uscita di un’intera società dalle secche della trivialità in cui l’ha portata un ventennio di berlusconismo.

Qualcuno ribatterà che la rete è popolare, e come diceva un poeta come Vincenzo Monti “la plebe è una tal belva / che, come manco il pensi, apre gli artigli, / E inferocita ciecamente sbrana”. Il rischio che si pone in un futuro ipotetico è però quello di una specie di dittatura antisistema del web, una prassi di reazione alla realtà capace letteralmente di distruggere persone, idee e storie in poche ore, come in uno tsunami, anche in presenza di fatti dai contorni non del tutto chiari. In certi momenti, la velocità di propagazione dei giudizi (e quindi delle sentenze) che offre la rete mi spaventa, anche quando, come nel caso di Brunetta, la condanna all’indignazione generale è del tutto legittima.

La seconda perplessità ce l’ho sulla natura degli insulti che spesso, e in questi giorni in particolare, vengono rivolti a Brunetta, che nella fattispecie viene fatto oggetto di scherno per via di una sua particolare connotazione fisica. Con tutta la buona volontà non riesco a trovare una differenza fra il Berlusconi che offende Rosy Bindi definendola più bella che intelligente e quanti in queste ore non perdono occasione di rimarcare pesantemente i centimetri di Brunetta (come se poi il ministro non offrisse ulteriori e più marcati spunti nell’esercizio della sua funzione). Qualcuno mi taccerà di buonismo, ma penso che dare del “nano” a Brunetta offenda in maniera odiosa tutta una categoria di persone degne di rispetto, offrendo oltretutto una facile via di uscita a un ministro che, oggi come oggi, vista l’assoluta incapacità e la rozzezza delle sue idee, dovrebbe solo avere il buon gusto di dimettersi e ritirarsi a vita privata.

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