L'ex direttore dell'Economist Bill Emmott

“Credo che l’era di Silvio Berlusconi sia agli sgoccioli. È tempo di pensare al futuro”. Bill Emmott, ex direttore dell’Economist, è convinto che sia tempo per il Belpaese di rimboccarsi le maniche e dare forma al domani, mentre la maggioranza scricchiola sotto il peso della formazione di Futuro e Libertà e dello scandalo della minorenne Ruby. Nel suo libro “Forza, Italia. Come ripartire dopo Berlusconi” (Rizzoli), Emmott distingue la Buona Italia, operosa, creativa e progressista, dalla Mala Italia corrotta e sommersa dal malaffare che prevale ancora sulla creatività e il talento del paese. E ammette nei ringraziamenti che senza Silvio Berlusconi, “l’Italia non lo avrebbe tanto coinvolto e stregato”.

Cosa le ha fatto scoprire Silvio Berlusconi del nostro paese?

Da quanto ero direttore dell’Economist l’ho osservato da vicino e nel 2006, quando ho lasciato la direzione, ho iniziato a studiare l’Italia. Lì ho capito che dopo tutti gli scandali e la negatività pubblicata all’estero sarebbe stato più interessante osservare ciò che funzionava. Ho preferito questo approccio positivo anziché solo il volto dello show business della politica.

Il sottotitolo del libro è chiaro: “Come ripartire dopo Berlusconi”. Dopo i suoi 16 anni sulla scena politica è però difficile immaginare a un’alternativa plausibile e coesa.

Probabilmente serviranno anni per formarla, come sono serviti a Berlusconi. Infatti, dopo il crollo del primo governo del 1994 è riuscito a strutturarsi in maniera salda nel 2001. E’ entrato in politica da signor nessuno e solo dopo diversi anni ha creato la sua alternativa.

A proposito di alternative, a sinistra siede il Partito democratico.

Pensi davvero che esista il Partito democratico? Dopo la Prima Repubblica l’idea che si dovesse creare un sistema bipartitico ha portato alla creazione di due poli insostenibili: a destra ha generato la coalizione delle contraddizioni del Nord e del Sud, della destra liberale contro quella conservatrice e, nonostante, il successo elettorale, il governo ha dimostrato di non avere un programma preciso. Per questo sta cadendo a pezzi, che si parli di Casa o Popolo della Libertà. Dall’altra parte il Pd è una creazione artificiale e simmetrica basata sull’idea che il Paese debba avere un contraltare di sinistra a vocazione maggioritaria. Ma l’Italia non si esaurisce nel bipolarsimo.

I “giovani” del Pd, in particolare Matteo Renzi, Pippo Civati e Debora Serracchiani hanno dato un segnale di svecchiamento della politica con il weekend dei “rottamatori” a Firenze. Cosa ne pensa?

Credo sia una bella iniziativa. I giovani italiani non vengono ascoltati, e sia a destra che a sinistra sono necessarie idee fresche. Nel mio paese il primo ministro ha 43 anni, sono abituato ad assistere al ricambio generazionale, ma l’Italia no. È salutare che Renzi e Civati diano ai giovani una voce. Rimane oscura però la sostanza, il contenuto del loro programma. E l’agenda opaca è ciò che manca anche a Nichi Vendola.

In che senso?

Vendola, che ho conosciuto, è un uomo di lotta e carismatico che in Puglia ha ottenuto un grande successo. È riuscito a volgere a suo vantaggio il duplice stigma dell’essere gay ed ex comunista. Vuole essere progressista e innovatore, ma a livello nazionale l’immagine stride. Supporta la Fiom e gli operai di Pomigliano d’Arco, dunque, apparentemente, è contro la modernizzazione del processo lavorativo; inoltre è contro la TAV Torino-Lione e non mi è chiaro se per ragioni ecologiste o anticapitaliste. È l’uomo dei sogni, ma senza agenda chiara.

Potrebbe essere però il leader del centrosinistra?

Non saprei.

Per la destra, invece, cosa ne direbbe della guida di Gianfranco Fini ?

Vedremo. Sono un outsider, non un elettore italiano. Ma ora emerge l’opportunità di creare nuove alleanze come fece Silvio Berlusconi nel 1994. Oggi, in Italia fra il 2010 e 2011, è possibile cambiare il corso della politica. Tutti i partiti dovrebbero essere ottimisti e pensare a un’alterativa, lanciare un messaggio chiaro senza pensare sempre e solo all’avversario.

Come è cambiata l’immagine dell’Italia all’estero dopo gli ultimi scandali sessuali che hanno travolto Berlusconi?

Sapevamo già che fosse un playboy e dopo la pubblicazione delle foto del caso D’Addario ci aspettavamo altri scandali. Ma ha dato l’impressione di avere perso il criterio per valutare l’affidabilità delle persone di cui si circonda e di non saper controllare cosa accade intorno a lui. E l’idea che un primo ministro chiami in Questura per una minorenne e dica agli ufficiali che è la nipote di Mubarak è scioccante.

Dopo la sua uscita di scena di cosa parleranno gli italiani?

Beh, sarebbe meglio variare ogni tanto! Non credo però che lascerà la scena così facilmente. Quando non sarà più primo ministro avrà ancora i suoi soldi, le sue tv e i suoi giornali, anche lontano da Palazzo Chigi.

Nel suo libro contrappone la Buona Italia, quella che lavora con profitto e dedizione alla Mala Italia che ancora prevale in linea generale. Crede che un cambio politico potrebbe segnare un’inversione delle parti?

Credo ci sia possibilità di cambiare su molti livelli dopo lo scioglimento del Popolo della Libertà. Può iniziare il processo verso una Buona Italia se le forze politiche con la pressione dei media, del business e dell’opinione pubblica si impegnano a contro il centralismo statalista che garantisce i privilegi e protegge il sistema della Mala Italia, sinonimo di corruzione, favoritismi, clientele e discriminazione verso i giovani.

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