Il Centro Peppino Impastato ha diffidato Roberto Saviano a rettificare quanto scritto nel suo La parola contro la camorra. La notizia è pubblicata da www.ilmegafonoquotidiano.it e sta destando una grande curiosità e attenzione. Si tratta infatti di una diffida legale, rivolta alla Giulio Einaudi Eiditore a nome del rappresentante legale del Centro siciliano di documentazione “Giuseppe Impastato” di Palermo, Umberto Santino, e motivata dal fatto che «il libro in oggetto contiene affermazioni contrarie alla verità storica che ledono l’identità e l’immagine del suddetto Centro di ricerca e di studi». Stiamo parlando di una piccola “istituzione” dell’antimafia sociale siciliana, il centro dedicato alla memoria di quel Peppino Impastato che per la lotta alla mafia diede la vita il 9 maggio del 1978, lo stesso giorno dell’omicidio Moro, evento che ne oscurò a lungo la memoria e anche i responsabili dell’omicidio.

Ed è proprio su questo punto che si è avviata la contesa tra il Centro e Saviano. «Infatti – recita la diffida – nel libro da Voi pubblicato La parola contro la camorra, l’autore Roberto Saviano, alle pagine 6-7 con riferimento all’assassinio di Impastato, ignorando del tutto il ruolo del Centro siciliano di documentazione “G. Impastato” nella ricostruzione della verità su tale delitto, scrive: “Quando Impastato fu ucciso, l’opinione pubblica venne inconsapevolmente condizionata dalle dichiarazioni che provenivano da Cosa Nostra. Che si fosse suicidato in una sottospecie di attentato kamikaze per far saltare in aria un binario. Questa era la versione ufficiale, data anche dalle forze dell’ordine. Poi dopo più di vent’anni, nasce un film, I cento passi, che non solo recupera la memoria di Giuseppe Impastato – ormai conservata solo dai pochi amici, dal fratello e dalla mamma – ma addirittura la rende a tutti, come un dono. Un dono alla stato di diritto e alla giustizia. Questa memoria recuperata arriva a far riaprire un processo che si chiuderà con la condanna di Tano Badalamenti, all’epoca detenuto negli Stati Uniti. Un film riapre un processo. Un film dà dignità storica a un ragazzo che invece era stato rubricato come una specie di matto suicida, un terrorista».

Il Centro Impastato contesta che il recupero della memoria di Peppino sia dovuto alla semplice realizzazione del film che, scrive, «è stato presentato al Festival di Venezia il 31 agosto 2000 ed è uscito nelle sale solo nei mesi successivi mentre già nel 1998 la Commissione Parlamentare Antimafia ha costituito un Comitato sul “Caso Impastato” e ha redatto una relazione che è stata approvata nel dicembre del 2000». Inoltre, «le indagini (e non già il processo) sono state riaperte molto prima del film: il primo processo, quello con rito abbreviato contro Vito Palazzolo, è cominciato nel marzo del 1999 e si è concluso nel marzo del 2001 con la condanna a trent’anni di reclusione; l’altro, quello contro Gaetano Badalamenti, in videoconferenza si è aperto nel gennaio del 2000 e si è concluso nell’aprile del 2002 con la condanna all’ergastolo».

«È, quindi, di tutta evidenza ed emerge dalla constatazione cronologica dei suddetti avvenimenti che la ricostruzione dei fatti operata dal Saviano è, quantomeno, grossolana e superficiale e disconosce ingiustamente l’attività e il ruolo culturale svolto dal Centro siciliano di documentazione “G. Impastato” che, all’indomani del delitto, ha supportato i familiari e i compagni della vittima e, con insistente impegno, ha contribuito alla riapertura delle indagini e allaricostruzione storica del delitto e della sua matrice».

Santino definisce «mortificanti e offensive» le frasi di Saviano, rivelatrici della «leggerezza con cui vengono rappresentati i fatti in questione», ignorando persino i lavori della Commissione parlamentare antimafia che dopo due anni di lavoro ha prodotto una relazione che è stata approvata nel dicembre 2000. Insomma, nella diffida si ritiene ci sia stata «la violazione del principio della verità storica che grava su chi fa o assume di fare informazione e pubblica notizie» e per questo la richiesta all’editore è di «rettificare quanto contenuto nelle pagine 6 e 7 del libro in questione, ritirare dal commercio l’edizione in corso di distribuzione e a rettificare le edizioni successive tenendo conto delle sopra riportate notizie».

Non si hanno al momento reazioni di Saviano o dell’Einaudi. Appena le avremo le pubblicheremo.

Il testo integrale della diffida

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