di Silvia Truzzi

Rumori francesi, italici echi. Come si fa a far parlare la stampa italiana di un caso italiano con protagonisti italiani? Se ne scrive Oltralpe, naturalmente e nient’affatto lapalissianamente. Il tam tam è partito dalla terra di Montesquieu, dove in questi giorni ci si occupa di una maxi richiesta di risarcimento danni indirizzata ad Antonio Tabucchi. Mittente: Renato Schifani, offeso da un pezzo firmato dallo scrittore e apparso sull’Unità. L’appello – lanciato dall’editore Gallimard su Le Monde e sottoscritto da intellettuali, premi Nobel e giornalisti di tutto il mondo – s’intitola “Nous soutenons Antonio Tabucchi”. Beffardo destino o lungimirante profezia dell’autore di “Sostiene Pereira”.

Professor Tabucchi, perché questo appello dalla Francia?

Lo chiedo io a voi. Perché non l’ha fatto prima la stampa italiana? E’ un problema non mio.
Si sarà fatto almeno un’idea.Ripeto: la questione non riguarda me, riguarda la stampa e gli editori italiani. È stato fatto da un editore francese in Francia. Evidentemente c’era un vuoto in Italia.

È un vuoto che riguarda solo questo caso o è generale?

La Commissione europea, il Parlamento europeo, il Consiglio d’Europa hanno adottato una direttiva con cui invitano l’eventuale querelante a portare in tribunale non soltanto il nome e la persona che lo ha criticato, ma anche il giornale sul quale il testo in questione è apparso. Il giornale è persona giuridica. In America non è possibile citare un giornalista o uno scrittore escludendo la testata su cui è uscito l’articolo oggetto del contendere. Motivo: se un giornalista che ha criticato un politico molto importante – o un miliardario o l’amico di un miliardario – venisse portato in giudizio come se fosse un privato cittadino, sarebbe massacrato dalla potenza della persona criticata. Quindi la direttiva europea, fatta a somiglianza della legge americana, è pensata per difendere la libertà di parola, la libertà di espressione dalla quale discende la libertà di stampa. Perché la libertà di stampa è una conseguenza della libertà di parola.

Sono libertà sorelle.

Vero. Ma se si isola una persona e la si porta davanti a un giudice, il potente scoraggia fortemente ogni suo eventuale futuro critico. È un sistema intimidatorio: i giovani non si permetteranno mai di fare una cosa simile, con un precedente così pesante. Corrisponde allo schema maoista, quando Mao diceva: colpirne uno per educarne cento.

L’Italia è maoista?

Non so se maoista, fascista, mafiosa o piduista. Dicevo semplicemente: in un paese civile si cita in giudizio anche il giornale.

Non è accaduto nel caso del suo pezzo su Schifani apparso sull’Unità.

Per questo la Francia – che è ancora un paese civile – ha pensato di farlo sapere. Perché tutto questo era ignoto in Italia. L’appello francese nasce per far conoscere il caso agli italiani. Altrimenti il senatore Schifani aveva buon gioco: escludendo l’iniziativa dell’Unità, ha ottenuto l’effetto migliore. Quello del silenzio stampa. Nessuno in Italia aveva dato notizia che uno scrittore aveva ricevuto una richiesta di risarcimento danni di un milione e trecentomila euro per un articolo di giornale.

La morale è che abbiamo bisogno di una tutela sovranazionale?

È solo una constatazione. L’appello francese è servito a far sì che in Italia si sapesse. E’ successo anche per altre vicende italiane. La stampa internazionale ci guarda con un certo stupore per il modo che abbiamo di dare, o non dare, le notizie. Di fare, o non fare, le domande.Come stampa italiana dovreste farvi voi delle domande. E poi farne alcune anche all’Europa. L’Europa fa finta che questa anomalia italiana non esista: sostiene che la libertà di stampa nei paesi membri è garantita. Vi sembra normale?

Forse dipende dal fatto che non esiste praticamente più un editore puro. E dal legame tra politica, imprenditoria e stampa.

Se voi – voi giornalisti, dico – credete che sia anormale è vostro dovere andare a Bruxelles – non è nemmeno tanto lontana – e chiedere conto di questa situazione. Spetta a voi muovervi. Non potete pretendere che i cittadini-lettori prendano un treno e vadano a protestare. Quel treno lo devono prendere i direttori dei giornali che si sentono lesi nella possibilità di svolgere liberamente il loro lavoro.

Torniamo a Schifani. Il nostro giornale ha pubblicato la storia di un palazzo costruito da un imprenditore mafioso nel quale hanno trascorso la latitanza boss di prima grandezza. Schifani, prima che quell’imprenditore fosse arrestato lo aveva difeso contro due signore, riconosciute poi come vittime della prepotenza dell’imprenditore. Nessuno ha chiesto conto, in nessun modo e in nessuna sede, di questo fatto. Non è un reato, ma è un dato rilevante: politicamente e sotto il profilo dell’opportunità per la seconda carica dello Stato.


La stampa indipendente non l’ha ripresa. Quindi la notizia è falsa.

Non è stata smentita nemmeno da Schifani.


Insisto: è falsa. E aggiungo: se non è falsa la vostra notizia, sono falsi gli organi di informazione. Questa storia sarebbe una bomba in qualunque altro paese. In Italia no.

Allora?

Allora chiedo: che senso hanno le manifestazioni che sono state fatte sul pericolo che corre la libertà di stampa? A cosa servono? Ma perché i giornalisti indipendenti convocano una manifestazione sulla libertà di stampa che corre il pericolo di essere soffocata, se si soffoca con le sue stesse mani?

Che fare, quindi?

Se le cose stanno così e se voi non fate niente, lasciamo andare l’Italia dove deve andare. Perché l’Italia, se nemmeno c’è più una stampa a far la guardia al potere, è fritta. Si ricostruirà sulle macerie, come dopo la Seconda guerra mondiale.

Nemmeno un consiglio su quale possibile resistenza, sperando di scongiurare le macerie?

Gli italiani, non solo giornalisti, che ritengono violata o diminuita la loro libertà di essere informati, possono assumere un giurista internazionale che difenda la loro causa di fronte all’Europa. Potete essere rappresentati da un avvocato che documenti come, per esempio, una certa percentuale della stampa e delle televisioni italiane appartenga a un’unica persona – supponiamo che sia il 70 o 80 per cento – e con questa documentazione vi presentate come se foste davanti a un tribunale. Dopodiché l’Ue deve anche assumersi le proprie responsabilità. Ma se non lo fate l’Europa lascia correre. Il laissez-faire forse ha anche convenienze. Oggi c’è un referente, non vedo perché non interpellarlo. C’è un circolo vizioso in questo paese che deve essere rotto.



Diamo per presupposto che i margini di libertà dell’informazione sono stati progressivamente ridotti. C’è un problema di democrazia: il consenso dei cittadini si forma attraverso i media.


Certo che c’è, ma il Parlamento italiano non lo risolve. L’unica possibilità è un’istanza superiore.
L’Europa ha precise regole.



Scusi, ma l’Europa non ci potrebbe dire “sbavagliatevi” da soli?


No: c’è una Carta europea. Perché non si accoglie la Turchia? La Ue ha anche un compito di sorveglianza. Non è soltanto la moneta unica.

Lei vive in Portogallo. Ci tornerebbe in Italia?


Vivo in Portogallo per ragioni personali. Ma comunque sì, anche se non mi piacciono affatto tutte le leggi ad personam che si sono susseguite in questi anni. Preferisco non doverle subire. Anzi, a proposito di leggi. Faccio io ora una domanda. Sono lontano, ma leggo i giornali italiani. Ciampi è stato di nuovo eletto presidente della Repubblica?

No. Il presidente è Napolitano.


Mi stupisco, ho avuto una specie di déjà vu. Su Repubblica di qualche giorno fa ho letto un pezzo su Ciampi. Ciampi: no alle leggi ad personam. Ma Ciampi ha avuto il suo settennato per fare quello che credeva. Ha firmato le leggi che desiderava. Il lodo Schifani era una legge ad personam e lui l’ha firmata. E poi, ai tempi, su Repubblica si ripeteva che non bisognava tirare Ciampi per la giacca. E che succede ora? Sempre su Repubblica Ciampi tira per la giacca Napolitano. Ma queste cose dovrebbe dirle Napolitano.

È un consiglio al presidente?

No, un’osservazione. Mi provoca confusione. Sui giornali italiani si dibatte di Ciampi che dà consigli su leggi che lui avrebbe potuto non firmare. Ma che diavolo capita in Italia?



da Il Fatto Quotidiano del 27 novembre