di Ugo Riccarelli

Esce mercoledì il volume Diletto (Voland, 13 euro – 112 pagg), raccolta di racconti dell’autore Premio Strega nel 2004. Di seguito uno stralcio de Il muro.

 

Friedrich si lasciò andare contro lo schienale della sedia, continuando a guardare la scenografia deserta oltre la finestra. Poi si levò le cuffie. Tutto era silenzio. Si udiva solo il gracchiare lontano della registrazione che usciva dagli auricolari abbandonati sul piano del tavolo. Per un attimo si sentì smarrito, abbandonato, lasciato da solo in quel posto d’osservazione davanti al muro. La sentinella dell’universo di qua. Poi, piano piano, l’inquietudine si sciolse e al suo posto subentrò una sorta di pace, una tranquillità grazie alla quale, in un momento breve ma appagante, Friedrich scivolò nel sonno. Un trillo fortissimo lo scosse neanche fosse stato colpito da uno schiaffo. Si drizzò sulla schiena, quasi annaspò come fosse caduto nell’acqua gelida, mentre gli occhi cercavano nervosamente l’origine del rumore. Il televisore, il vaso, la libreria. Finalmente lo sguardo si posò sul telefono e così si avviò verso la mensola su cui era appoggiato l’apparecchio. “Friedrich?” qualcuno disse nella cornetta, con tono concitato. “Sì”, rispose lui dopo qualche istante. “Uwe. Ma che fai, dormi?” “Mi ero quasi assopito lavorando.” “Assopito. Ma sei matto? Con quello che sta succedendo?”, Friedrich sentì il cuore sobbalzare. Mio dio, che stava succedendo? Girò lo sguardo verso la finestra, cercò di scrutare oltre la luce giallognola della strada, ma tutto continuava a sembrare assolutamente immobile e silente.

“Friedrich, Friedrich!!!” dalla cornetta Uwe ormai urlava. “Sono qui, dimmi”. “Cristo, fuori sta succedendo il finimondo e tu dormi?” Un altro sguardo alla finestra. “Sveglia amico, accendi il televisore!” “Perché?”. Dall’altra parte gli rispose un sospiro profondo.

“Sembra che al posto di… la gente stia passando in massa di qua”.

Friedrich gettò un altro sguardo alla finestra quasi si aspettasse di scorgere una massa di persone. La voce nella cornetta assunse un tono più duro e scandì le parole a una a una.

“Al posto di… la gente sta passando il confine. Cento, mille persone. Diecimila. Dammi retta, accendi il televisore se non ci credi. Guarda tu stesso”. Friedrich si spostò di mezzo metro, prese il telecomando dalla libreria e premette il pulsante di accensione. Lo schermo si illuminò e rimandò nella stanza l’immagine di una moltitudine di persone festanti che attraversavano un posto di confine. C’era chi si abbracciava, chi piangeva di fronte alla telecamera, chi addirittura aveva stappato una bottiglia di spumante e offriva a tutti un brindisi. Una marea di gente che sciamava, festosa. “Hai visto, ti rendi conto?” “Ma cos’è?”. “È la fine, Friedrich. O l’inizio, non so, Certamente è un momento storico, come la presa della Bastiglia, come l’assalto al Palazzo d’Inverno. È lo sbarco in Normandia, amico mio, e noi ci siamo in mezzo”. “Non capisco Uwe. Mi sono appena appisolato…”. “Ascolta, ora non c’è tempo per le spiegazioni. Prendi il registratore e vieni subito in redazione. Dobbiamo essere là al più presto possibile. T’aspetto”.

“Uwe…” “C’è Armstrong che sta sbarcando sulla Luna, Friedrich. Andiamo a intervistare Armstrong sulla Luna.”

Dalla cornetta giunse solo uno scatto metallico, poi il lungo gemito elettronico che significava la fine della comunicazione. Friedrich rimase ancora un po’ con l’apparecchio in mano, guardando le immagini che uscivano dal televisore. Adesso la ripresa era cambiata. Si vedeva la gente in piedi sul muro, saltava e ballava, si abbracciava e cantava. Qualcuno faceva sventolare delle bandiere.

Nell’angolo dell’inquadratura si vedevano delle guardie, il fucile in spalla, lo sguardo indeciso, imbarazzato. Friedrich cambiò canale. Anche sul terzo programma le stesse scene festose, le macchine in fila al punto di confine transitavano lentamente in un mare di persone. Lo sbarco in Normandia. La presa della Bastiglia. La Storia, che stava passando lì accanto. Sentì di nuovo un tuffo al cuore. Allora andò alla finestra. Oltre il vetro, il muro continuava a essere malamente illuminato dalla luce debole dei lampioni. Si sporse ancora un po’ di più, voltò lo sguardo a destra e a sinistra, ma non vide nessuno: il muro continuava a stare lì, solitario e sinistro. Tornò a guardare la televisione, le immagini di festa che seguitavano a scorrere sullo schermo. Si inginocchiò e avvicinò gli occhi a scrutare con più attenzione la striscia grigia di cemento che occupava una buona metà del video. Non c’erano dubbi, pareva proprio lo stesso muro. Così si alzò, andò alla scrivania e la spostò di un buon metro, quindi aprì le ante e si sporse dalla finestra. La via continuava a essere completamente deserta e nell’aria non si percepiva alcun rumore. Chiuse gli occhi e si concentrò per cercare di cogliere anche un lontano brusio che facesse immaginare quanto stava accadendo in città.

Nulla. Il silenzio era assoluto. Friedrich respirò profondamente l’aria fresca di novembre e sentì un brivido attraversarlo. La televisione stava trasmettendo la Storia. L’indomani sarebbe stato tutto diverso, il mondo che stava attorno a lui sarebbe cambiato radicalmente, sarebbero cambiati le misure e i panorami, forse persino il tempo e i destini delle vite. Non ci sarebbe stato più un di qua e un di là, non ci sarebbe stato più un universo da spiare e un altro da cui guardare. Sullo schermo, un suo collega eccitato stava intervistando una ragazza dal volto raggiante. Mentre lei stava parlando un uomo anziano con un colbacco calcato sul capo si fermò e, stringendola in un abbraccio, la baciò. Friedrich chiuse la finestra, riaccostò la scrivania e andò fino alla libreria, prese il telecomando e spense il televisore. Rimase immobile così, a cogliere ancora nell’aria l’eco delle grida festanti appena trasmesse e la pace assoluta della sua stanza. Quindi si avviò verso il letto. Neppure si spogliò. Si coricò tirando su di sé la coperta. Ne sentì lo spessore morbido, caldo di lana e in quella morbidezza si avvolse, protetto come in un ventre materno. Si rilassò, gustò il tepore di quel rifugio e rimase così, in mezzo al silenzio, ad aspettare che il sonno e la Storia arrivassero. Domani tutto sarebbe stato diverso.

da Il Fatto Quotidiano n°41 dell’8 novembre 2009