Che un giornale come Libero scelga di fare una campagna contro il canone Rai può piacere o meno (a noi non piace affatto) ma è di certo legittimo. Mentre invece è come minimo curioso, che nella prima pagina del giornale di Maurizio Belpietro in cui si inneggia alla “videorivolta”, e in cui si danno istruzioni su come “disdire il canone” appaia, sotto l’editoriale del direttore, un corsivo di Gianluigi Paragone. Se non altro perchè l’indomito cantore dei ribelli padani, a fine mese incassa un sontuoso stipendio da quella stessa azienda di cui il giornale che ha anche diretto vorrebbe la fine. Siamo andati a leggere incuriositi l’articolo – “I professionisti della caciara” – convinti che fosse una dissociazione. Non era così. Strano, perchè un po’ di “caciara”, la fa anche Paragone. Dovrebbe spiegare ai suoi colleghi che la Rai paga tanti stipendi a persone come lui, cammellate in quota centrodestra, mentre si cerca di far credere che l’ente statale, sia in mano a una pericolosa banda di cosacchi e bolscevichi. Oppure Paragone potrebbe sostenere che la Rai deve andare a fondo e che il canone non vada pagato. Ma poi, dovrebbe almeno avere la decenza di lasciare il suo (lauto) stipendio.

da Il Fatto Quotidiano, n°6 del 29 settembre 2009