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domenica 09/07/2017

Banche, dall’Etruria alle due popolari venete il conto per l’Italia arriva a 68 miliardi

E' questa la somma del valore di azioni e obbligazioni vaporizzate, aumenti di capitale di Mps bruciati, interventi dello Stato e contributo del sistema bancario, che comprende anche parti di denaro pubblico come i 500 milioni immolati dalla Cassa Depositi e Prestiti

Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan e il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco sono molto contenti. Il crac della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca, lasciate marcire per anni da una Vigilanza bancaria distratta se non complice, è stato risolto impegnando 17 miliardi dei contribuenti, ma era “l’unica soluzione, comunque la migliore”. E adesso, soprattutto, ci assicurano che la crisi bancaria è finita, che è tutto a posto, non ci sono altre minacce in vista. È vero, lo avevano già detto il 22 novembre 2015, dopo il come sempre frettoloso e sgarruppato bail-in all’italiana di Banca Marche, Etruria, Cassa Ferrara e Carichieti. Assicurarono che, in mezzo a tanti strepiti populisti su quattro banchette di infima dimensione, loro avevano, in silenzio, messo in sicurezza il Monte dei Paschi e le due banche venete. Non era vero, ma chi non fa non falla.

Quindi adesso ci fidiamo. La crisi bancaria è finita ed è tempo di bilanci. Quanto è costata al Paese? A oggi, primo provvisorio bilancio, 68 miliardi. Prese le sette banche “salvate”, è questa la somma del valore delle azioni e delle obbligazioni vaporizzate, degli aumenti di capitale di Mps bruciati, degli interventi dello Stato e del contributo del sistema bancario, che comprende anche parti di denaro pubblico come i 500 milioni immolati dalla Cassa Depositi e Prestiti o i 260 milioni offerti da Poste Vita. È doveroso chiarire che i 68 miliardi non sono stati “bruciati”, come amano dire gli analisti compiacenti che trattano queste vicende alla stregua di catastrofi naturali. Il denaro non si crea e non si distrugge, ma passa da una tasca all’altra. In questa storia c’è gente rovinata mentre qualcuno si è molto arricchito, per esempio alcuni furbacchioni che sono riusciti a farsi comprare da Popolare di Vicenza e Veneto Banca le azioni a prezzo pieno un attimo prima della catastrofe. Nella migliore delle ipotesi il denaro è passato in modo quasi indolore da quella destra a quella sinistra del medesimo soggetto.

Intesa Sanpaolo per esempio ha buttato 1,5 miliardi nel fondo Atlante che doveva salvare le due banche venete ma se li è ripresi con gli interessi grazie al generoso contributo statale per risalvare le due banche venete; e lo stesso fondo Atlante, dopo aver buttato 3,5 miliardi affidatigli dalle banche per ricapitalizzare le venete, adesso cercherà di rifarsi speculando sui crediti inesigibili (sofferenze) di Mps, comprati al 21 per cento contro il 27 per cento già pattuito un anno fa, cioè con uno sconto, tanto per cominciare bene, di 1,5 miliardi. Se rivende le sofferenze al 35 per cento il conto è pari.

Il conto lasciato dal grande Mussari – Esattamente dieci anni fa il presidente di Mps Giuseppe Mussari ebbe l’idea meravigliosa di comprare per 9 miliardi la Banca Antonveneta che ne valeva forse 3, forse 5. Lo sapevano tutti, Bankitalia compresa, meno lui. L’obiettivo era di rendere Rocca Salimbeni non scalabile. Centrato in pieno: chi se la poteva comprare una schifezza del genere? Solo lo Stato, e infatti. Nel 2007 Mps valeva in Borsa oltre 6 miliardi: ai possessori di quelle azioni, in primo luogo la Fondazione Mps, non è rimasto niente. Ma per finanziare l’Antonveneta Mussari chiese 5 miliardi di aumento di capitale: visti e persi. Poi fece una montagna di debiti assurdi, con la Banca d’Italia che, a guardia della sana e prudente gestione, benediceva.

Nel 2012 sono stati mandati Fabrizio Viola e Alessandro Profumo a cercare di metterci una pezza. Viola ha fatto due aumenti di capitale: 5 miliardi nel 2014, 3 miliardi nel 2015. Non sono bastati: visti e persi anche gli 8 miliardi. Mentre Matteo Renzi giurava che Mps era una banca fichissima su cui quelli furbi come lui avrebbero investito di corsa, la Bce un anno fa ha chiesto altri 5 miliardi di capitale. Renzi ha detto: “No problem, ci pensa il mio amico Jamie Dimon di Jp Morgan con il suo plenipotenziario per l’Italia Vittorio Grilli”. Non ci sono riusciti e allora la Bce ha detto: “Visto che il mitico mercato non vi dà 5 miliardi, adesso trovatene 9”. Ed è subito salvataggio statale, con azzeramento delle obbligazioni subordinate. L’impresa di Mussari e della Banca d’Italia che fingeva di vigilare è finita per costare 27 miliardi.

Il conto lasciato dal grande Zonin – Popolare di Vicenza e Veneto Banca sono due storie parallele. Nel 2015 le azioni della prima valevano in tutto 6,2 miliardi, quelle della seconda 5 miliardi. Vaporizzate alla velocità della luce. Nel 2015 la Vigilanza Bce-Bankitalia stabilisce che Zonin ha lasciato un buchetto da 1,5 miliardi, da coprire con apposito aumento di capitale. Tutto questo con Zonin ancora sul trono, indiscusso e indiscutibile, affiancato dall’amministratore delegato Francesco Iorio, passato alla storia per essere stato cacciato dopo meno di un anno e mezzo avere incassando non solo la buonuscita milionaria ma anche la buonentrata. Unicredit si presta come garante dell’aumento, ma poi scopre che nessuno sottoscrive e il miliardo e mezzo ce lo deve mettere lei. Panico. Nasce il fondo Atlante che raccoglie 4,2 miliardi tra le banche e le Fondazioni per andare in soccorso delle due venete. Mette 1,5 miliardi su Vicenza e 1 miliardo su Veneto Banca a giugno 2016. Subito dopo scopre che il buco è ben maggiore e il presidente della Fondazioni Giuseppe Guzzetti denuncia che i prospetti dei due aumenti di capitale erano falsi. Bce e Bankitalia fischiettano. A fine 2016 Atlante deve mettere un altro miliardo per non far chiudere le due banche. Inizia la trattativa infinita con Bruxelles per l’intervento statale. Solo a giugno Padoan, dopo mesi di studio, scopre che le due banche non hanno i requisiti per la “ricapitalizzazione precauzionale”, ed è subito liquidazione coatta amministrativa, con Intesa Sanpaolo che si prende tutta la polpa con tanto di contributo miliardario e garanzie dello Stato. Il conto finale sfiora i 33 miliardi di euro.

Il conto lasciato da Etruria & C. – In confronto a Mps e alle venete il caso appare di modesta entità. Però anche qui, degli 8,4 miliardi di costo totale del disastro, 5,8 ce li ha messi il sistema bancario. Ma il denaro non si crea e non si distrugge. Le banche si stanno già rivalendo sui correntisti aumentando i costi di tenuta dei conti.

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Economia
I nodi mancanti

Da Carige alle Casse di risparmio, i gruppi che ballano

Dopo Mps e il caso venete, nel sistema bancario restano alcuni nodi. Come le vicende di Carige, avviata verso un rafforzamento di capitale da 700 milioni e dismissioni di sofferenze per circa 1,2 miliardi, e delle casse di Rimini, Cesena e San Miniato, che sono nel mirino di Credit Agricole Italia. Il gruppo francese sta lavorando alla due diligence sulle tre banche. L’obiettivo è valutare il loro stato di salute e l’impegno che richiede acquisirle. Le verifiche termineranno entro il mese. Nell’attesa, i tre istituti dovranno fare i compiti. La Cassa di Risparmio di Rimini (70 filiali e 700 dipendenti), ha chiuso il 2016 con un rosso di 72,9 milioni di euro. Ha in sospeso un aumento di capitale da quantificare, ma che dovrebbe aggirarsi attorno ai 150 milioni. Per la Cassa di Risparmio di San Miniato (650 dipendenti e 80 sportelli), il buco a fine 2016 era di quasi 63 milioni. Anche l’istituto toscano ha in ballo un aumento di capitale: 250 milioni. La Cassa di Risparmio di Cesena (mille dipendenti e 90 filiali), ha chiuso il 2016 in perdita per 66 milioni. Ma ha portato a termine un rafforzamento di capitale da 280 milioni, grazie all’investimento dello Schema volontario del Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd), ora socio al 95% della banca.

Economia
Emendamenti m5s al decreto

Le modifiche per far diventare lo Stato azionista di Intesa

I Cinque Stelle provano a trasformare il contributo dello Stato a banca Intesa Sanpaolo in qualcosa di diverso dal semplice regalo per “salvare” Popolare Vicenza e Veneto Banca prendendosi solo gli asset di valore. Due emendamenti presentati da M5s (a firma dei parlamentari Daniele Pesco, Carlo Sibillia, Alessio Mattia Villarosa, Ferdinando Alberti, Roberto Fico, Carla Ruocco e Domenico Pisano), puntano ad usare parte dei 5 miliardi del “dono” pubblico per acquistare azioni. In questo modo lo Stato entrerebbe nel capitale di Intesa. La seconda opzione raggiunge lo stesso scopo “dopo tre anni, con l’emissione di obbligazioni subordinate, con cedola all’1%, convertibili dall’emittente in azioni”. Emendamenti che si uniscono a quelli presentati da tutti i partiti al decreto e che fanno gelare il sangue al ministro dell’Economia, Pier Calo Padoan. Ministro che ha fatto sapere che se si toccano di una virgola i termini del contratto con Intesa, la prima banca italiana si sfilerebbe dall’operazione. I 5Stelle, in sostanza, chiedono che i 3,5 miliardi versati al San Paolo divengano un valore in mano allo Stato. Domani il testo sarà in Aula e martedì tornerà in Commissione Finanze per la votazione degli emendamenti.

La Cattiveria

La Cattiveria del 09/07/2017

Economia

L’affare dei crediti bolliti sulla pelle delle famiglie

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