Il delitto, anche il più terrificante, è sempre esistito. Su questo non vi è dubbio. Ma ciò che si è definitivamente modificato è il rapporto tra delitto e giustizia e tra mondo e delitto. Il delitto “parlava” alla società e la giustizia “parlava” sia al criminale, sia alla società. Allo stesso modo, il delitto e il criminale (vero o presunto) parlavano alla società. In poche parole: l’eresia era punita ma, nel contempo, l’eretico, esprimeva qualcosa e la giustizia esprimeva i suoi limiti alla società. Attraverso gli eretici, il mondo ha voluto modificare i suoi paradigmi e attraverso la giustizia è stato dato un freno a queste istanze rivoluzionarie.

La storia ha poi risposto, giudicando quando l’eresia è stato un vero crimine e quando è stata un’istanza di progresso; quando la giustizia ha agito correttamente, bloccando il male, oppure quando quell’apparente male ha rappresentato, invece, il bene ed il progresso. Questa è la storia del crimine, dei criminali (veri o presunti) e della società. In questa storia etica ed estetica le istanze di “bello” e “giusto” (secondo l’insegnamento classico) viaggiavano a braccetto: il bello era anche giusto e viceversa. La lotta contro gli untori era una lotta etica e al contempo estetica; lo racconta Alessandro Manzoni nella sua Storia della Colonna Infame. L’Inquisizione, nella Milano del 1600, ha giudicato colpevoli gli untori secondo le regole dell’etica del tempo e, contestualmente, ha fatto erigere una colonna che parlasse alla comunità milanese.

Etica ed estetica, senza separazione, regolavano e parlavano alla società in unione l’una con l’altra. Nel mondo di oggi, la giustizia ha rifiutato l’estetica come rappresentazione dell’etica. Questa mossa antropologico-culturale, paradossalmente, è venuta a materializzarsi nel tempo in cui la vita quotidiana è tutta estetica, in cui la vertigine delle immagine parla di più di poche righe scritte in un post; in cui Instagram, con le sue immagini, “si mangia” Facebook e le sue brevi frasi. Il mondo contemporaneo è la realizzazione compiuta di un’esistenza in cui “il valore espositivo” prevale completamente sul “valore culturale” (Benjamin, “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”) e dove la merce ha valore solo se è vertiginosa, voyeuristica, pornografica e scioccante (Baudrillard).

Il fatto che tutto questo sia un bene o un male è relativo. Ciò che conta è capire dove tutto ciò conduce. La giustizia ha rifiutato di rappresentarsi e ha così consentito al crimine di essere assorbito nella morsa vertiginosa dell’estetica più provocatoria e scabrosa. La freccia antropologica di questa totale rottura tra etica ed estetica dirige direttamente alla vicenda di Noemi, al suo omicidio, al delitto più inaccettabile ed incomprensibile. La giustizia, chiusa nella sua etica senza estetica, si arrovella tra regole che non parlano alla società: premeditazione, futili motivi, perizia psichiatrica, omicida compos sui o incapace.

Ma cosa parla alla società? Parla solamente l’estetica del delitto, l’assurdità di risolvere una vicenda personale tra ragazzini senza distinguere il bene dal male, senza pensare un attimo (da parte del reo) alle conseguenze del suo fare e senza pensare un attimo (da parte della povera vittima) a cosa sarebbe potuta andare incontro. Come se, vittima e carnefice, fossero avviluppati, inconsapevolmente, in una spirale che sembra riprodurre l’estetica del più vibrante film horror, trasformatosi in un terrificante reality.  Un tempo esisteva l’art pour l’art (era il motto degli estetisti liberati da ogni etica, adepti dell’idea che l’arte dovesse rappresentare qualsiasi aspetto del reale, a prescindere dai valori da esprimere); oggi esiste il crime pour crime, il delitto di sangue come espressione di se stesso, a prescindere da ogni “etica” (anche quella del male).

E’ quanto Arturo Mazzarella esprime nel suo capolavoro Il male necessario. La giustizia ha talmente tralasciato l’estetica (anche quella repressiva, legata all’etica del bene) che il male si è impossessato delle immagini ed è il solo a parlare alla società. La giustizia non parla più alla società e la medesima giustizia non parla più ai criminali. E, paradossalmente, il criminale non parla più alla società ma solamente a se stesso, al suo istinto dell’attimo, del momento, dell’esistenza senza futuro (Diego Fusaro, Essere Senza Tempo) senza alcun costrutto etico, neanche quello del male.

La vicenda criminale di questi ragazzi rappresenta una nuova tappa del “piano inclinato” che sembra portare sempre più in là l’asticella della rottura tra etica ed estetica, del conflitto tra un mondo di immediatezza di immagini sempre più immoralmente trasgressive e un’etica che non parla più alla sua società di riferimento. La giustizia dovrebbe rappresentare, nel giusto e nello sbagliato, l’antitesi contro l’eresia ed il crimine ma, per mettere in atto efficacemente questa funzione, deve poter sanare la ferita causata dal delitto (Durkheim). Ma la giustizia, per svolgere ancora questo ruolo, deve poter parlare alla società, deve essere in grado di giudicare eretici che parlano alla società e crimini che parlano alla società. Diversamente si ha solo merce che vive di vita propria, tra estetica dell’orrore ed etica dell’incomunicabilità; tra etica che cerca spazi sempre nuovi nel “male necessario” ed etica che, senza riuscire a parlare alla società, si chiude sempre più in se stessa e non riesce ad esprimere i limiti del vivere comune.