Ho già avuto modo di occuparmi in passato del progetto di collegamento tra Alagna Valsesia e Zermatt realizzando la funivia che dalle Cime Bianche di Valtournenche scenderebbe a Frachey in Val di Ayas, attraverso il Vallone di Courtod. Ci ritorno ora che il Consiglio regionale valdostano ha ribadito la volontà di completare l’opera sul versante italiano, completamento peraltro sollecitato dagli svizzeri.

Ci ritorno perché Giorgio Munari, presidente della Monterosaski, nel magnificare il progetto ha profetizzato “In infradito da Alagna a Zermatt”. In queste poche parole sono racchiuse due verità: la prima è la banalizzazione della montagna, che si continua a vedere come un enorme parco divertimenti, ovvero come un “divertimentificio”, dimodoché anche la persona più sprovveduta, basta che paghi (non poco) e può permettersi di calcare cime altrimenti precluse; la seconda è che oramai fa talmente caldo sull’arco alpino che in montagna ci puoi andare anche in infradito. Anzi, proprio sulla cima del Monte Bianco a giugno si stava in maglietta.

La montagna in generale e la Valle d’Aosta in particolare si sta “squagliando”: per il caldo il permafrost, che serve da collante per le rocce, si sta sciogliendo. Il Cervino perde i pezzi ed è anche stato chiuso nel recente passato; sul Dru una frana ha cancellato la via di Walter Bonatti.

E cosa si progetta per il futuro? Lo sci. Non so, forse questa gente, imprenditori e politici, ma anche (e purtroppo) abitanti dei luoghi, vivono in una realtà parallela o in una bolla di sapone, per non accorgersi che il mondo sta cambiando. Assomigliano molto ai ciechi del famoso dipinto di Pieter Bruegel il Vecchio. Anziché pensare ad un futuro diverso per la montagna, si continua a perseguire la strada dell’infrastrutturazione, dello sci ad ogni costo, e costi quel che costi, anche in termini ambientali, come nel caso di specie. E gli ambientalisti (nel caso soprattutto Legambiente) da sempre contrari al progetto? Beh, non sono poi così soli ed anzi anche altre voci si stanno levando contro la banalizzazione della montagna.

Due esempi fra tutti: Paolo Cognetti, scrittore, recentemente premiato con il premio Strega e Stefano Unterthiner, fotografo naturalista di fama internazionale. Il primo, in una recente intervista, si domanda: “Possibile che nel 2017 sia ancora questo il modo di pensare allo sviluppo montano? Che possa essere questo progetto il segno del progresso? Non ci posso credere. Certo, i guadagni ci saranno ma a quale prezzo? Danni irreparabili”.

Il secondo, da me contattato, così si esprime: “La questione sul collegamento funiviario ha poco a che fare con l’ambientalismo. Non è una battaglia degli uni contro gli altri. Chi lo afferma, cerca solo di semplificare e banalizzare il dibattito. Si tratta semplicemente di fare la scelta migliore per quella valle e per la regione Valle d’Aosta. Lo sviluppo non può più essere inteso come negli anni 60 e 70 del secolo scorso. I politici locali stanno facendo un altro enorme errore di valutazione. Lo sviluppo, quello vero e durevole, dovrebbe andare incontro alla crescente domanda di un turismo sostenibile”.

Due voci autorevoli e fuori dal coro che si vorrebbe unanime a favore di quello che già viene definito “il terzo domanine skiable al mondo”. Ovvero: “La super-funivia che regalerà la sciata infinita”. Quasi che ci possa essere qualcosa di infinito in un mondo finito.