Così brevi e intense da poter essere condensate anche nei 140 caratteri di un tweet. Così potenti e immaginifiche da rimbalzare di profilo in profilo su Instagram attraverso migliaia di fotografie, quasi 5mila, una per ogni veste cangiante della natura. Sono le poesie di Cedi la strada agli alberi’ (ed. Chiarelettere) scritte da Franco Arminio, nato e cresciuto a Bisaccia, in Irpinia d’Oriente, in quel Sud italiano che è “un inganno e un prodigio, “semplice e sobrio come una sedia”, là dove sono i paesi a tenere compagnia alle persone e non viceversa, sempre che si abbia “il coraggio di starci dentro”, di attraversarli lentamente, silenziosi adepti della paesologia. Ambientate nella “bellissima Italia annidata sull’Appenino”, l’Italia che trema e da cui bisogna ripartire, “dal sacro che ci rimane” perfettamente fuso con il contemporaneo che abbiano davanti. Perché i versi di Arminio sono una narrazione di tradizioni, di gesta antiche, di elogio delle piccole cose, ma hanno trovato spazio ed esaltazione nei mezzi di comunicazioni più moderni, i social network. Non a caso Arminio viene definito “il poeta italiano più seguito sulla rete”, anche se di quella stessa rete ha assaggiato uno dei fenomeni più deteriori, quello degli haters, le truppe cammellate di fan pronte a sommergere di insulti chiunque osi criticare il loro idolo. In questo caso Valerio Scanu. Ospite della festa patronale di Bisaccia, Arminio ha osato definirlo, sulla sua pagina Facebook, uno di quei cantanti “costruiti in televisione e che puntualmente non reggono la piazza”.

Partiamo da qui, dallo scontro virtuale con Valerio Scanu, anzi con i suoi “seguaci” che non hanno digerito quanto hai scritto su Facebook: “Ha cantato malissimo e non lo ascoltava quasi nessuno”. Insomma, ti sei macchiato di lesa maestà.
Questo episodio mi ha colpito moltissimo: è bastato scrivere un breve post sulla festa di Sant’Antonio del mio paese dicendo che il cantante non mi era piaciuto e nel giro di pochi minuti sono comparsi 200 commenti pieni di livore nei miei confronti. È allucinante vedere come un cantante produca fervore, furore contro qualcun altro. Un poeta no. La poesia, la bellezza, non producono lo stesso furore, non producono istinti fraterni, è una questione complicata. Nella società di massa la poesia rimane ancor più che elitaria, una cosa che è intrinsecamente anti sistema. Anche quando sembra che entri nel sistema, come nel caso del mio successo, decretato gran parte dai social network, in realtà l’arte rimane indisponibile al commercio.

Quindi in un’ipotetica edizione riveduta e corretta del tuo libro cancelleresti quella pagina in cui definisci Facebook “una strada a luci rosse”, un “bordello” dove “ognuno sta in vetrina a esporre la sua merce”? Qualcuno potrebbe accusarti di ingratitudine verso i social che hanno consacrato il tuo successo.
In superficie può sembrare che io sia in contraddizione, ma nel profondo il senso di quanto ho scritto rimane. Soprattutto credo che Facebook veicoli i peggiori istinti destinati, oltretutto, a peggiorare ulteriormente. La poesia, se è davvero poesia, è automaticamente anti-ideologica e anti-fanatica, lontanissima dalla cultura delle persone che seguono questo o quel cantante. La poesia produce perplessità, sospensione, non azione contro qualcuno. L’ho scritto di nuovo su Facebook il giorno seguente all’attacco: “La cultura popolare è una cosa seria. Il mondo di Maria De Filippi è un mondo che tradisce la cultura popolare fingendo di portarla avanti. È un mondo che non avrà mai il mio consenso e nemmeno la mia assuefazione”. Quindi, per tornare alla domanda, confermo che la rete può essere molto pericolosa, anche se è stata alleata delle mie vendite. Sembra che possa far circolare la bellezza, ma in realtà in questo frullatore velocissimo e vertiginoso che è appunto il web, la bellezza schizza via. Tuttavia, io non diserto i social, anzi, li frequento specie per quelle tantissime persone che mi leggono e si emozionano, ma non sentono il bisogno di commentare e quando mi incontrano nelle varie iniziative vengono a ringraziarmi per quell’attimo di bene che ho regalato loro.


Se quindi, come scrivi, la poesia è neve in un mondo che è sale, quale possibilità ha di sopravvivere quest’arte così fragile?
La possibilità di sopravvivenza della poesia sta nel farla, nel testimoniarla con il proprio corpo per quel singolo individuo che da qualche parte legge quelle parole e si emoziona, si commuove, si entusiasma. Già solo per questo vale la pena scrivere. Questo può fare la poesia. Non può cambiare il mondo, può cambiare la vita di chi la scrive, per certi aspetti anche in peggio. E’ una medicina salvavita, un pronto soccorso, un farmaco nel senso etimologico della parola, da una parte veleno, dall’altra rimedio disponibile a chi ha il coraggio di somministrarselo.