La Maya, centro agricolo di 100.000 abitanti; carretti-taxi, con cavalli che trainano una decina di occupanti, e trattori dai rimorchi pieni zeppi di campesinos, oltre alle immancabili Lada.

Alla periferia di Guantanamo, casermoni di condomini in stile sovietico usurati dal tempo, costeggiano la carretera che si dirige verso la baia, sede della base navale Usa, con il famigerato centro di detenzione speciale per terroristi, che Obama voleva chiudere, ma Trump sembra intenzionato a mantenere specie dopo il suo ventilato annuncio di voler annullare la riapertura dei rapporti, e il mantenimento dell’embargo.

Sulla cartina, la base è indicata come “territorio occupato illegalmente”, ma la storia di questo sito conteso, risale al 1903. L’allora presidente americano Theodore Roosevelt firmò un trattato con il primo presidente della repubblica cubana, Estrada Palma, che concedeva agli Stati Uniti l’uso perpetuo dello spazio occupato, previo pagamento di un affitto annuo. Dopo la salita al potere di Castro, l’accordo fu dichiarato illegale, ma i militari rimasero.

I due governi mantengono però un patto: se eventuali fuggitivi cercassero rifugio nella base, dovrebbero essere immediatamente estradati. In cambio, evasi dalla prigione militare, andrebbero restituiti agli occupanti.

Cuba vieta l’accesso alle acque territoriali per rifornire i gruppi elettrogeni e i soldati. Ai fini di ovviare il problema, gli americani importano acqua dalla Giamaica, trattata tramite impianti di desalinizzazione auto-costruiti.

Il check-point cubano sbarra l’accesso alla strada che porta alla base.

Un militare mi sequestra le foto scattate all’ingresso, chiedendo gentilmente di cancellarle. I tempi sono cambiati a livello sanzioni; nel 1994 fui fermato e trattenuto per ore, solo per aver fotografato i mezzi di trasporto civile.

Uscire dall’immobilismo delle monocolture

Nel primo post su Cuba ho parlato della nascita del cuentapropista, il libero imprenditore costretto ad autodeterminarsi dalla ventilata bancarotta dello Stato, per il quale il peso della pubblica amministrazione divenne un fardello impossibile da mantenere. Lo stipendio di un cameriere e di un impiegato, si aggira ancora sui 25/30 CUC mensili.

E’ vero che oggi si trova più comida rispetto a una volta, mangiando per strada a cifre irrisorie, la spesa è però cara al mercato agropecuario.

La capacità dei cubani di ottimizzare il cibo in razioni minime, abbassa il prezzo al dettaglio del prodotto lavorato. Senza la libreta, con quei salari, la vita sarebbe durissima, e il fatto che oggi siano oltre mezzo milione i piccoli imprenditori, e continuino ad aumentare, appare un percorso irreversibile.

Quando si scrive su Cuba, si tende ad assumere posizioni manichee, pro o contro il castrismo; in realtà l’isola procede a macchia di leopardo. Il divario che esiste tra l’Avana e l’Oriente, è dovuto al fatto che il cash-flow del turismo internazionale (4 milioni gli arrivi nel 2016) continua a muoversi tra la Capitale, Varadero e Trinidad, lasciando a città storiche come Santiago, porzioni magre dei profitti.

Ciò comporta che, anche a causa delle distanze logistiche vere e proprie, il Sud rimanga indietro; indubbiamente c’è del buono, ad esempio il fatto che lì la globalizzazione non abbia attecchito; le grosse catene alberghiere se ne tengono lontane, favorendo così i privati volenterosi che offrono un servizio più casareccio e alla portata di tutte le tasche.

D’altro canto, aldilà di costoro, e dei ciuli, i magnaccia che controllano quasi tutta la prostituzione di Santiago, la condizione obsoleta dei trasporti e dei mezzi di produzione, se appare romantica agli occhi del visitatore, penalizza viceversa tutti quelli che non hanno agganci con il turismo.

La campagna appare desolata, oltre alla solita canna da zucchero e tabacco; i contadini sfruttano quello che riescono a tirar fuori dalla terra per sopravvivere; ciò che avanza va al mercato, ma la varietà langue, e i prezzi al consumo ne soffrono. Per dare una chance anche a costoro, bisogna investire proprio sull’agricoltura, riservando a essa una parte degli introiti turistici, per comprare nuovi macchinari e togliere spazio alle due monocolture classiche, con incentivi per bio-produzioni e cooperative indipendenti, libere finalmente dal giogo statale. E sistemare la statale che va da Holguin a Santiago, distrutta in più punti.

Ne usufruirebbe la gente e il prestigio del regime, la cui modernizzazione porterebbe solo consensi interni e internazionali, guadagnando ancora tempo per le inevitabili riforme sul piano dei diritti umani.

(foto dell’autore)