Per avere una misura dell’inadeguatezza italica non serve allungare lo sguardo verso la solita Germania o fino ai Paesi scandinavi: basta guardare alla Spagna. La crisi del Banco Popular, grande istituto finito sull’orlo del bail-in, è stata risolta in una notte e nel pieno rispetto delle regole europee sulle risoluzioni bancarie. Il bail-in non si farà perché il Santander ha acquistato l’istituto al prezzo simbolico di 1 euro e farà un aumento di capitale da 7 miliardi di euro entro un mese per coprire le perdite rimanenti dopo l’azzeramento del capitale sociale della banca e di varie classi di titoli obbligazionari. Nessuno ha chiesto sconti all’Europa, né aiuti pubblici, né altro: la risoluzione è stata fatta in silenzio e a tempo record in pieno accordo con le autorità europee.

Certo, c’era il Santander pronto ad acquistare (e per la verità c’erano anche altri pretendenti), ma la banca presieduta da Ana Patricia Botin acquistando il Banco dovrà ora farsi anche carico di crediti in sofferenza nell’ordine dei 51 miliardi di euro, ben più dei 40 miliardi di sofferenza gestiti dalla Sareb, la bad bank messa in piedi dalla Spagna nel 2012 per gestire i crediti problematici delle sue banche. Perché il Santander si espone tanto, dopo aver rifiutato per anni di acquisire le varie Casse di risparmio spagnole in crisi? La messa in sicurezza del sistema è sicuramente una ragione non secondaria, però occorre tener presente che c’erano anche altri pretendenti e con questa acquisizione il Santander diventa il primo gruppo bancario spagnolo con attivi per 465 miliardi di euro superando la Caixa (337 miliardi), 4.660 sportelli e 33.500 dipendenti.

E’ evidente che occorrerà una profonda ristrutturazione, che ci saranno chiusure di sportelli e tagli del personale, ma il Santander ha ritenuto di cogliere innanzitutto un’opportunità industriale e di crescita, facendo comunque un favore al sistema. Vedremo come andrà a finire, ma intanto ricordiamoci che nel caso di Popolare Etruria, Banca Marche, CariChieti e CariFerrara sono stati persi mesi nel cercare impossibili scappatoie, per arrivare all’ultimo istante a varare un decreto di risoluzione senza avere alcun acquirente disponibile.  Quando tre delle quattro banche (su CariFerrara sono ancora in corso le trattative) sono state cedute a 1 euro al gruppo Ubi era già passato più di un anno dalla risoluzione e il conto per il sistema è lievitato a dismisura: nella fornace del salvataggio sono stati bruciati oltre 3,5 miliardi di euro, cui bisognerà aggiungere oltre un miliardo per restituire il prestito che alcune grandi banche avevano erogato al Fondo nazionale di risoluzione.

Torniamo alla Spagna: l’operazione sul Banco Popular dimostra almeno un paio di cose: la prima è che la Spagna è un Paese serio che sa tutelare il suo sistema bancario e anche i suoi risparmiatori nel rispetto delle regole comuni che l’Europa si è data. Certo, l’azzeramento del capitale e dei bond ha comportato delle perdite per i possessori dei titoli, ma il meccanismo dell’arbitrato messo in piedi da Madrid nel 2012 ha dimostrato di funzionare piuttosto celermente e bene, con lauti risarcimenti per coloro che sono risultati effettivamente vittime di truffa o di misselling (cioè di vendita di titoli non adatti al loro profilo di investitori). In Italia, invece, c’è voluto più di un anno solo per fare il decreto per le vittime del cosiddetto “Salva Banche” (cioè per i possessori di bond subordinati di Popolare Etruria, Banca Marche, CariChieti e CariFerrara) e gli arbitrati sono ancora oggi fermi al palo. La risoluzione del Banco Popular, che è la prima da quando è entrata in attività l’Autorità unica, era urgente e necessaria a causa della situazione di liquidità della banca ed è stata presa in una notte, come spiega Elke Konig, presidente del Single resolution board, “per assicurarci che oggi gli uffici della banca potessero aprire regolarmente”, nell’interesse dei depositanti e dell’intero sistema bancario iberico. La fretta era determinata anche dal fatto che la fiducia dei mercati stava iniziando a venir meno.

La piaga purulenta è dunque stata incisa con determinazione, subito, ed è questo il secondo insegnamento che emerge dal caso spagnolo dove – è bene sottolineare – non esiste nemmeno la parvenza di una maggioranza politica “forte”, ma dove il governo governa, tutela i cittadini e le imprese e sa assumersi le sue responsabilità (vale la pena sottolineare che in Spagna l’autorità di risoluzione nazionale non fa capo alla banca centrale, ma al Fondo statale Frob). Esattamente l’opposto dell’Italia, dove non solo non si è intervenuti nelle crisi bancarie quando era ancora possibile farlo, ma si sono lasciate incancrenire le situazioni fino ad arrivare a creare delle vere e proprie banche-zombie, come le due ex Popolari venete, tenute in vita a suon di miliardi rastrellati con l’emissione di obbligazioni garantite dallo Stato, cioè da noi. Miliardi buttati al vento, così come quelli che il fondo “ispirato” dal Tesoro (ma di diritto privato) – cioè Atlante – ha rastrellato presso Cassa depositi e prestiti, Poste Vita, banche e assicurazioni. Un anno dopo ci ritroviamo con due banche che non stanno in piedi a chiedere “sconti” a Bruxelles per poterle “salvare” con fondi pubblici. L’alternativa, come sappiamo bene, è il bail-in e in questo Paese ridicolo nessuno oserà mai assumersi la responsabilità di staccare la spina, tanto più quando ci sono in vista delle elezioni: meglio far finta di trattare, tirare la corda, prendere altro tempo. Alla peggio il bail-in finirà con imporcelo l’Europa fornendo così un ottimo argomento da campagna elettorale a tutti, anche alla stessa maggioranza di governo che più di tutti è responsabile della situazione in cui versano le nostre banche.