“All’inizio era fuoco di sbarramento; ormai si è passati al conflitto”. La battuta è di Giorgio Airaudo, deputato di Sinistra Italiana, e riassume bene lo scontro parlamentare di questi giorni sul tema dei voucher. Uno scontro che sembrava figlio della pretattica, e che invece ora mette a rischio la sopravvivenza stessa del governo. La minaccia definitiva all’esecutivo Gentiloni arriva da Francesco Laforgia, capogruppo di Articolo 1 – Mdp alla Camera: “Se si reintroducono i voucher per le imprese, noi usciamo dalla maggioranza”. La replica del Pd è affidata a Ettore Rosato: “Ci eravamo impegnati a normare il lavoro occasionale e lo facciamo. Chi non lo vuole evidentemente preferisce il lavoro in nero”. Queste, dunque, le dichiarazioni incrociate. Ma su cos’è che si litiga, in effetti?

La prima questione è di metodo. “Però il metodo, in casi come questi, è sostanza”, afferma laconica Tania Scacchetti, segretario confederale della Cgil. I voucher erano stati aboliti a metà marzo, con un decreto d’urgenza che aveva come finalità esclusiva quella di scongiurare il rischio del referendum indetto dal sindacato di Susanna Camusso. Ora che la chiamata alle urne è stata sventata, ecco che il governo vuole reintrodurre i buoni lavoro: in forme diverse, soprattutto nel nome, da ciò che c’era prima, ma non abbastanza diverse perché il tutto non appaia una furbata. E lo fa, di nuovo, in grande fretta, rinunciando alla via del confronto.

“Il punto è che il governo, come al solito, comprime il dialogo”, protesta la deputata pentastellata Tiziana Ciprini. Il ministro del lavoro, Giuliano Poletti, in queste ore prova in realtà a sgravare l’esecutivo da ogni responsabilità: “Se ne sta occupando il parlamento”, spiega. Ma non è proprio così. È vero: in Commissione bilancio, alla Camera, è tuttora in discussione il decreto che riguarda la cosiddetta manovrina da 3,4 miliardi, e in quel contesto si sta discutendo anche delle misure per i nuovi voucher. Ma si discute per modo di dire, con la certezza che questo confronto servirà a ben poco. Tutti, infatti, sono in attesa, da oltre una settimana, che arrivi un emendamento di iniziativa del governo. Della questione si sta occupando il viceministro dell’Economia Enrico Morando, d’intesa coi tecnici di Via Veneto. Da lì, di fatto, uscirà la proposta di riferimento, che poi – per motivi di forma – verrà però limata e firmata da un portavoce del Pd, forse dallo stesso relatore Mauro Guerra. Una proposta che comunque non andrà incontro a grandi ritocchi. Anche perché il tempo stringe: il decreto va convertito da entrambe le Camere entro il 24 di giugno. Possibilità per discutere, dunque, non ce ne sarà.

E qui si arriva all’altra questione: quella del merito. Cosa intende proporre, il governo? Nel dettaglio, nessuno sa dirlo con esattezza. Ma su un punto il fronte dei contrari è d’accordo: “Si vuole far rientrare dalla finestra ciò che è stato fatto uscire dalla porta”. Il nodo cruciale riguarda la reintroduzione dei voucher – o dei loro surrogati – per le imprese. “Quello è l’errore fondamentale”, ha ripetuto in questi giorni l’ex ministro Cesare Damiano, presidente dem della commissione Lavoro alla Camera, che si dice “contrario” alle scelte della componente renziana del suo partito. “A me sembrava che la promessa del governo fosse chiara: i voucher solo per i lavoretti occasionali. E infatti – prosegue Damiano – noi volevamo reintrodurli solo per le famiglie e le ong”. Così non sarà. Le indiscrezioni che circolano, infatti, parlano di un sostanziale accordo tra il Pd e Alleanza Popolare. L’asse, insomma, tra Matteo Renzi e Angelino Alfano, suggellato a inizio aprile anche un incontro ufficiale tra i capigruppo di Camera e Senato di Ap e Paolo Gentiloni. Negli scorsi giorni Maurizio Lupi si mostrava sicuro: “Sono certo che il governo accoglierà la nostra proposta e si troverà un’intesa”. La quadra, per quanto riguarda le aziende, dovrebbe arrivare intorno all’idea avanzata da Maurizio Sacconi: una sostanziale estensione del contratto a chiamata in una versione più semplificata. Un mini-contratto attivabile tramite un’iscrizione online, con tanto di contributo previdenziale al 32% (com’è per le collaborazioni, dunque). Qualche paletto in più, rispetto ai vecchi voucher, s’intravede: forse un minimo di 4 ore di lavoro necessario per poter avviare la procedura telematica, forse un tetto annuo di 5mila euro totali di retribuzione in voucher per ogni singola impresa. Ma si qui si vaga, ancora, nel campo delle ipotesi. E nell’attesa che venga svelato il testo, per ora di certo c’è solo il conflitto.