È stato presentato stamattina a Roma, alla presenza del capo dell’Amministrazione Penitenziaria Santi Consolo e del Garante dei diritti dei detenuti Mauro Palma, il XIII Rapporto sulle condizioni di detenzione in Italia dell’associazione Antigone, magistralmente curato da Alessio Scandurra e Michele Miravalle. Il Rapporto è consultabile sul sito dell’associazione e contiene infografiche ed elaborazioni di dati capaci di fornire un quadro immediato e complessivo del sistema. Il titolo già racconta una buona parte della storia: “Torna il carcere”. Così si chiama il lavoro presentato questa mattina. Perché torna il carcere? In che modo lo fa? E quando era andato via?

Per comprendere la vicenda, facciamo un passo indietro nel tempo. Nel gennaio 2010 il governo dichiara lo stato di emergenza penitenziaria in relazione al sovraffollamento delle nostre carceri. I detenuti arriveranno a sfiorare le 68.000 unità, per 44.500 posti letto ufficialmente dichiarati dall’Amministrazione Penitenziaria che tuttavia, come più tardi riconosciuto dallo stesso Ministero su sollecitazione di Antigone, non tenevano conto delle troppe sezioni chiuse. Il tasso reale di affollamento arriverà al 175%. In galera si vive come bestie. Su queste basi, nel gennaio 2013 arriva una pesantissima condanna contro l’Italia da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Anche il presidente Giorgio Napolitano sollecita le Camere a fare qualcosa per porre fine immediatamente al problema del sovraffollamento carcerario.

Le autorità italiane mettono meritevolmente in campo una serie di riforme che fanno calare i numeri della detenzione. Dal 2010 al 2014 il carcere si ritrova al centro delle attenzioni di autorità, media, opinione pubblica. Il messaggio che arriva alla magistratura e alle forze di polizia è quello di limitare la pressione carceraria a quei reati che davvero la meritano. Il sistema penitenziario vive una stagione di relativo sollievo. Ci si avvicina a quella situazione – che pur dovrebbe essere ovvia – nella quale a ogni detenuto tocca un posto letto regolamentare.

Ma ecco che torna il carcere. Dal gennaio 2016 il numero dei detenuti riprende a crescere. Da allora a oggi è aumentato di 4.272 unità e la crescita va accelerando. Cosa è successo? È cambiata qualche legge? Nessuna. Sono aumentati i reati? Tutt’altro. Come il ministro Minniti ha raccontato al Parlamento nel febbraio scorso – salvo poi sentire l’esigenza di firmare un decreto di necessità e urgenza sulla sicurezza urbana – tutti i reati di maggiore allarme sociale sono in calo. E allora? La risposta è facile e dolorosa insieme: il clima culturale, ancor più delle politiche penali e del reale comportamento più o meno criminale delle persone, è capace di riempire le galere. Oggi a vincere è il combinato disposto di queste due circostanze: primo, l’Europa si è detta contenta del calo del sovraffollamento che ha seguito la condanna e ha smesso di tenerci gli occhi addosso. In pochi mesi il carcere è tornato in quel dimenticatoio dove spesso ha vissuto. Secondo, è ripartito il leitmotiv dell’uomo nero e delle campagne sulla sicurezza, che a ogni avvicinarsi di elezione politica ritorna puntualmente (badando bene a non appoggiarsi ad alcun dato di realtà). Magistrati e poliziotti ricevono oggi un segnale diverso: aumentate la pressione penale nei confronti della marginalità sociale e della componente migrante.

Torna il carcere, dunque. E quando il carcere torna senza motivo, senza che i reati aumentino realmente, a tornare è inevitabilmente il carcere peggiore, quello male adoperato. E infatti crescono i presunti innocenti imprigionati, cresce la componente straniera (ovviamente più debole), crescono le pene brevi e brevissime (che potrebbero essere facilmente convertite in misure alternative). Il carcere dovrebbe essere extrema ratio, ma così non è.

Le misure alternative, è ormai ampiamente dimostrato, sono assai meno costose della galera e assai più redditizie dal punto di vista della lotta alla recidiva. Antigone lanciò lo scorso anno la campagna “20 per 20”: che si arrivi a spendere entro il 2020 almeno il 20% del bilancio del competente Dipartimento per le misure alternative. Nel 2016, come ancora si legge nel Rapporto presentato oggi, meno del 3% del bilancio dell’Amministrazione Penitenziaria (che ancora era il Dipartimento competente per questa voce di spesa) è andato alle misure alternative. Il resto alla galera. E per cosa? Quasi tutto per pagare la polizia penitenziaria, che ammonta a quasi il 90% del personale (gli educatori sono il 2,17%). In Italia abbiamo un poliziotto ogni 1,67 detenuti. Ciascuno con il suo poliziotto personale, potremmo quasi dire. Quando allora sentiamo rimostranze per una presunta carenza di organico, forse è perché la pianta organica prevista sulla carta è davvero spropositata. Sarebbe bene investire anche su figure professionali diverse, quali quelle impegnate nella reintegrazione sociale dei detenuti.