L’interrogativo tra i sostenitori di Andrea Orlando si è fatto spazio praticamente subito: e adesso che si fa? Si rimane “fedeli alla ditta“, per citare uno – cioè Pierluigi Bersani – che alla fine ha invece scelto l’opzione opposta? O forse c’è da aspettarsi un’altra scissione all’orizzonte, soprattutto dopo il discorso di Matteo Renzi? Un’ipotesi, quest’ultima, che al momento sembrerebbe da escludere. Almeno a sentire i leader che hanno sostenuto il guardasigilli. Ieri, al comitato di Orlando, subito dopo l’uscita dei primi risultati parziali, il primo a stemperare qualsiasi tentazione di fuga era Gianni Cuperlo: “Una scissione? Non serve ora, all’indomani del congresso, e soprattutto non verrebbe capita dal nostro popolo”.

Eppure subito qualcuno faceva notare che il tanto atteso cambio di atteggiamento dell’ex rottamatore non c’era stato affatto. “Umiltà? Ma se già hanno ricominciato coi gufi, se già liquidano qualsiasi commento non entusiastico come ‘polemicuccia’…”. Un parlamentare romano di sinistradem, l’area cuperliana del Pd, pone la questione in modo chiaro:  “Seguiremo senz’altro la lucidità politica di Gianni e di Andrea. Però bisognerà capire come si verrà trattati sui territori. Se la strategia dei renziani sarà quella di non fare prigionieri, allora non si potrà far altro che interrogarsi seriamente”.

Con quali prospettive? Anche chi ritiene la scissione tra le ipotesi sul tavolo, riconosce che “confluire in Articolo 1, con D’Alema e compagni, non avrebbe senso”. E allora? “Allora forse è meglio guardare a Pisapia, in vista di un’alleanza larga di centrosinistra”. Un’alleanza però tutta da costruire. “Certo – prosegue la fonte del fattoquotidiano.it – E le dichiarazioni di Renzi di ieri sera, quel suo disprezzo per i piccoli partiti, non aiutano per nulla”. Nell’attesa di capire quanto sia numerosa questa fronda, c’è comunque chi prova a frenare ogni tentativo di strappo. Come Aurelio Mancuso, che predica calma: “Non c’è nessuna volontà di andarsene, da parte nostra. Ma tutto dipende da Renzi: è lui che deve dire chiaramente se pensa che noi non possiamo rimanere”. Che però è un modo per non escludere l’ipotesi di una ulteriore rottura.

Una dichiarazione, tra le altre, aveva colpito chi seguiva da vicino l’arrivo dei risultati accanto a Orlando, nella serata di domenica. Quella di Sandra Zampa, che ai microfoni dei cronisti aveva scandito: “Renzi? Lo faccio abbastanza intelligente e astuto per capire che è ora di aprire davvero il Pd. Altrimenti continueremo a perdere pezzi e faremo un partito sempre più renziano ma sempre più piccolo”. Una minaccia, una chiamata alle armi? All’indomani di quella esternazione, la vicepresidente del Pd ne precisa il senso: “Ma no, io mi riferivo agli elettori. Li avete visti dati dell’affluenza in Emilia Romagna, ad esempio?”. Sì, parlano di un calo notevole: 405mila voti alle primarie del 2013, circa 216mila stavolta. “Appunto: quella è tutta gente che o ci ha già abbandonato o che rischiamo di veder fuggire. Molti possiamo ancora trattenerli con noi, ma spetta a Renzi, ora, gestire il partito in modo diverso, ascoltare anche le proposte degli sfidanti sconfitti e accogliere le istanze dei nostri elettori e militanti sul territorio”. Fare il segretario, insomma. “Esatto, proprio quello che gli riesce meno”. L’allarme scissione, dunque, è rientrato subito? “Io sarei potuta andare via – spiega Zampa – al momento della rottura di Bersani e Speranza:  sarebbe stato più facile, e mi sarei risparmiata un sacco di fatica. Farlo oggi sarebbe illogico. Posso capire il malumore di alcuni amici. Certo non sarà Orlando lasciare il Pd: se qualcuno deciderà di rompere del tutto, poi dovrà spiegarlo agli elettori”.

Cosa non facile: apparirebbe il capriccio di chi non accetta la sconfitta e abbandona il campo. “Ma poi scusate, fatemi capire: io dovrei decidere se restare o andarmene sulla base di quello che fa Renzi? Ma non esiste. Semmai è proprio ora che comincia la battaglia”. Ugo Sposetti sorride di fronte alle voci di chi parla di scissione (“Scindersi per fare che?”), ma ci tiene a precisare che chi ha sostenuto il ministro della Giustizia in questo congresso non può certo essere accusato di non voler bene al Pd. “Orlando con la sua candidatura ha salvato il Pd e ha salvato l’istituto delle primarie”. C’è però, anche tra i sostenitori del guardasigilli, chi afferma che il senso di restare nel Pd non può essere solo quello di tenerlo in vita: “Sacrificarsi per il bene del partito e poi essere messi in angolo? A che serve?”. Sposetti non si smuove: “Io sto da 50 anni in un partito che ha cambiato tanti nomi prima di diventare quello che è oggi. Ci sono rimasto senza mai cambiare i miei ideali, sia quando ero in maggioranza sia quando ero in minoranza”. Ebbene? “Embè, devo davvero farvi l’elenco di tutti i nomi dei segretari che mi sono visto passare davanti?” I segretari passano, insomma, il partito resta. “Dentro al Pd ci sto da 10 anni, e non certo per capire come si comporta Renzi. Intanto, pensiamo alle amministrative imminenti, poi si vedrà”.