I saluti romani, innanzitutto. Prima nel Campo X del cimitero Maggiore di Milano, dove sono sepolti repubblichini e volontari italiani delle SS: lì si radunano a sorpresa nel primo pomeriggio, aggirando i divieti imposti da questura e prefetto in occasione del 25 aprile, centinaia di militanti di Lealtà Azione e Casa Pound. Una beffa. E poi di nuovo braccia tese, ancora di più, quasi duemila, davanti alla chiesa dei santi Nereo e Achilleo, in fondo a viale Argonne, sul finire della commemorazione del gerarca Carlo Borsani, del consigliere provinciale missino Enrico Pedenovi e dello studente Sergio Ramelli, fiduciario del Fronte della Gioventù morto il 29 aprile 1975 dopo essere stato aggredito da alcuni esponenti di Avanguardia Operaia. Anziani irriducibili e giovani nostalgici del fascismo arrivano a Milano per ricordarli, sfoggiando tutto il repertorio di parole, gesti e musiche della destra radicale. In barba al divieto di raduni celebrativi imposto nel giorno della Liberazione e delle parole del sindaco Giuseppe Sala.

Proprio mentre il primo cittadino partecipa al ricordo di Ramelli nei giardini che portano il suo nome e si augura che sia giunto il momento “pacificare tutti a dispetto delle posizioni diverse”, i neofascisti entrano nel cimitero Maggiore, procedono in parata e si schierano in formazione nel Campo X, dove alzano il saluto romano davanti alle tombe dei repubblichini. Una manifestazione non autorizzata, che vìola quanto stabilito dalle autorità per la festa della Liberazione. L’azione viene subito rivendicata sulle pagine social dei movimenti di estrema destra: “A seguito delle inutili ed ignobili polemiche sollevate dall’Anpi e dal sindaco – scrivono Lealtà Azione e CasaPound – abbiamo ricordato gli oltre mille caduti della Repubblica sociale italiana in un’altra data simbolo per le nostre comunità”.

Una decisione presa “per rispetto dei nostri caduti che meritano di essere ricordati nel modo migliore e non secondo prescrizioni dettate dalle istituzioni ostaggio dei soliti fomentatori d’odio”. Dopo la sfida dei neofascisti, il sindaco prende posizione: “Condanniamo fermamente questi gesti e queste provocazioni e continueremo a far tutto quanto è in nostro potere per evitare iniziative del genere – commenta in serata – Mi auguro che le autorità competenti agiscano perché la nostra Costituzione e le nostre leggi siano rispettate”. Ma intanto è già iniziato il raduno autorizzato in viale Argonne, zona in un cui era nato e cresciuto Ramelli. Un salto indietro di almeno quarant’anni: teste rasate, maglie nere, anfibi, bomber e qualche nostalgico basettone sul viso dei militanti più anziani.

Ma sono tanti anche i giovani che si salutano rigorosamente all’avambraccio, come s’impone tra “camerati”. Dalle maniche e dai girocollo delle t-shirt spuntano tatuaggi di croci celtiche, fasci littori e i martelli incrociati degli Hammerskin, una delle più violente formazioni filonaziste transnazionali. Procedono in corteo verso via Paladini, luogo dell’omicidio di Ramelli: sfilano in silenzio fino alla lapide che lo ricorda, si schierano in ordine militare, depongono una corona di fiori e osservano un minuto di silenzio sull’attenti prima di rientrare in chiesa per la messa di suffragio.

Alla fine della funzione, l’altro momento caldo. Dal palco allestito nello slargo davanti alla parrocchia, risuona tutto il vocabolario tipico: fedeltà, onore, coraggio, audacia, ordine e tradimento. Nel linguaggio dell’estrema destra, l’antifascismo diventa “un lavoro ben remunerato”. Dopo il concerto della Compagnia dell’anello, storico gruppo musicale dell’area radicale, la seconda commemorazione. Si accendono centinaia di fiaccole mentre dal microfono viene scandita la biografia di Borsani, Pedenovi e Ramelli. Prima del rompete le righe, l’appello simbolico dei loro nomi accompagnato dall’appellativo ‘camerata‘ al quale segue la risposta della folla: “Presente!”. E a ogni “presente” che rimbomba nella piazza, si alza nuovamente uno stuolo di braccia tese. Alla faccia dei divieti.