Questa volta a morire è un campione del ciclismo, travolto da un camion a Filottrano, nelle Marche. Ma non si tratta solo di una tragica fatalità.

Ogni anno in tutta Italia muoiono travolti dalle auto 250 ciclisti e altrettanti sono i pedoni, di cui tantissimi bambini. Secondo i dati dell’Istituto nazionale di statistica (Istat), nel 2013 solo in Italia ci sono stati 181.227 incidenti stradali, che hanno provocato 3.385 morti tra tutti gli utenti della strada e 257.421 feriti.

Ma osserva bene Paolo Pinzuti: “Come si fa a definire ‘tragica fatalità‘ un evento che si verifica 250 volte all’anno? Come Michele, ogni anno ci sono 250 persone che perdono la vita sulle strade italiane per la sola colpa di circolare senza carrozzeria, senza inquinare e senza fare rumore”. L’auto uccide più delle armi da fuoco, ma nessuna “pubblicità progresso” ne disincentiva l’uso. Siamo anzi bombardati da video e spot pubblicitari che inneggiano alle auto, simbolo di potenza, libertà, seduzione e velocità.

Come ogni arma, anche l’auto andrebbe usata solo in casi urgenti e particolari e il suo utilizzo di massa andrebbe il più possibile disincentivato. Una tonnellata lanciata a 50 chilometri orari uccide come un proiettile. E non si parla solo di ubriachi alla guida. Alla velocità di 50 chilometri orari, lo spazio di arresto per una persona sana e con i riflessi pronti è di circa di 25 metri. Alla velocità di 100 chilometri orari tale spazio è circa di 100 metri. In quei 100 metri l’auto travolge tutto ciò che gli si para davanti.

Nelle Marche, come in tante altre regioni bisogna urgentemente investire nella mobilità sostenibile: le splendide colline marchigiane sono sfregiate da strade a esclusivo uso e consumo di auto e camion. Pochissime le piste ciclabili, sempre meno i bus (nelle Marche sempre più linee sono tagliate), le auto spadroneggiano.

È fondamentale, sia per la qualità dell’aria, sia per garantire un minimo di sicurezza. Secondo vari studi (Jacobsen, 2003-2009 Safety in numbers), ad ogni punto percentuale di aumento degli spostamenti in bicicletta in ambito urbano corrisponde una diminuzione del 2-5% degli incidenti fra tutti gli utenti della strada. Le strade non sono nate per le auto.

Come si apprende dal sito Bikeitalia, un articolo firmato da Joseph Stromberg e pubblicato sul magazine Vox ha ricordato la campagna di criminalizzazione contro pedoni e ciclisti portata avanti dalle case automobilistiche dal 1920 in poi, con lo scopo di ridefinire le regole di utilizzo della strada. Regole che abbiamo tutt’oggi. Come sottolinea Peter Norton, docente di storia presso l’Università della Virginia, quando le automobili furono introdotte era compito di chi le guidava avere riguardo per gli altri utenti della strada. Con gli anni invece la situazione è stata completamente rovesciata, le strade sono divenute di proprietà delle auto e il pedone o ciclista ha dovuto imparare a schivarle, pena la morte. I bambini, che avevano vissuto la strada come luogo di gioco, si ritrovarono di colpo ad essere degli intrusi. Negli Usa e in tutto il mondo aumentavano i morti, e i feriti, per lo più bambini e anziani. Dapprima l’opinione pubblica si ribella poi una campagna a tappeto voluta dalle aziende automobilistiche mette tutto a tacere, criminalizzando i pedoni “disobbedienti”.

Mi viene in mente la frase raccapricciante detta dalla rappresentante della Confesercenti Ravenna, nell’ambito di un’assemblea per il Pums (Piano urbano mobilità sostenibile) a Faenza: “Basta pedonalizzare aree solo per paura che i bambini vengano investiti. I bambini non devono crescere in isole felici, i bambini vanno educati a schivare e convivere con le auto”. Strana e inquietante concezione dei diritti dei bambini.

Le auto implicano non solo incidenti, ma anche cementificazione e furto di spazio. L’editoriale del 14 aprile di The Economist è illuminante: “Il costo complessivo è enorme: se i parcheggi aumentano, la gente finisce invariabilmente per abusarne. Il denaro e lo spazio sprecati rendono la vita più costosa per tutti, anche per chi non guida”.

Le alternative ci sono. Basterebbe un po’ di buona volontà per metterle in pratica, da parte di cittadini e governanti: piste ciclabili, mezzi pubblici, car pooling, pedonalizzazione dei centri storici e delle aree davanti la scuola, zone a traffico limitato, limitazione della velocità. Le strade tornerebbero un po’ più sicure, l’aria un po’ più respirabile, i bambini avrebbero uno spiraglio di futuro.

Ma in quanti ancora dovranno morire, travolti dalle auto, perché qualcosa davvero cambi?