Il riarmo porta sempre nuove guerre: se vogliamo la pace è necessario preparare mezzi di pace
Si è incaricata la realtà di intervenire direttamente nello stucchevole dibattito estivo, dispiegato su alcuni quotidiani, sulla necessità di costruire una “pace armata”, anziché “disarmata e disarmante” come ribadito dalla recente raccolta di scritti di papa Leone e dai movimenti per la pace: la troppo presto archiviata esplosione gigantesca nella fabbrica di Colleferro, la franco-tedesca Knds Ammo Italy, che produce munizioni per l’Ucraina finanziate dalla Commissione europea per centinaia di milioni di euro.
Solo per un caso fortuito non c’è stata una strage, in un territorio pesantemente militarizzato ed inquinato dall’industria bellica. E’ la guerra in casa – che porta con sé la militarizzazione delle città e dell’economia, della formazione e della cultura – quella che chiamano “sicurezza” fondata sulla nuova forsennata corsa al riarmo.
Il cosiddetto “realismo” della deterrenza fondato sul falso principio della preparazione della guerra per avere la pace è una gigantesca mistificazione, smentita dalla storia e dai fatti. Ogni processo di riarmo ha sempre portato nuove guerre, fino alle guerre mondiali. La corsa agli armamenti tra Nato e Patto di Varsavia durante la Guerra Fredda non ha garantito la pace, ma alimentato decine di guerre per procura con milioni di morti in Asia, Africa e America Latina.
Non ha esitato in una guerra nucleare diretta tra le superpotenze solo per il senso di responsabilità di chi si è sottratto agli automatismi della follia disobbedendo ai protocolli nucleari, come il tenente colonnello sovietico Stanislav Petrov. Ed è finita pacificamente grazie al processo di progressivo disarmo innescato dalle iniziative unilaterali avviate dal presidente Gorbaciov, che l’aveva teorizzato fin dal 1986 nella Dichiarazione di Nuova Delhi sottoscritta insieme a Rajiv Gandhi: “Grande è il pericolo che incombe sull’umanità. Ma quest’ultima dispone di ingenti forze per scongiurare la catastrofe e aprire la strada che conduce ad una civiltà senza armi nucleari. (…) E’ arrivato il momento di azioni decisive e improrogabili”.
La corsa agli armamenti attuale, che prepara la guerra con una intensità mai vista prima – come certifica la curva crescente dei dati Sipri delle spese militari mondiali (che ho documentato qui) giunte alla cifra spropositata di circa 2.900 miliardi di dollari nel solo 2025, più della metà dei quali dei paesi Nato a fronte di 190 della Russia – non ha mai visto, dal 1945, dilagare tanti conflitti armati di diversa tipologia, fino alle guerre vere e proprie: 195 ne conteggia nel 2025 l’Uppsala Conflict Data Program, che ha pubblicato lo scorso luglio il nuovo aggiornamento, con una curva crescente di violenza sovrapponibile a quella delle spese militari.
Ciò significa che – contrariamente a quanto ripetono ossessivamente i pifferai magici del bellicismo – quanto più si prepara la guerra, spostando risorse pubbliche dagli investimenti civili e sociali ai profitti dei produttori di armamenti (come l’azienda di Colleferro), tanto più aumentano i conflitti armati e si riduce drasticamente la sicurezza di tutti.
Come vediamo dai bollettini di guerra quotidiana dei molti fronti interconnessi stiamo andando verso la guerra totale (Vogliamo la guerra totale? è il titolo del numero di Limes in edicola) e la mobilitazione generale, che – così come vede giovani ucraini e giovani russi trascinati in guerra – presto vedrà tanti giovani europei trascinati negli eserciti, in un distorto principio di difesa.
E’ necessario dunque un salto di qualità nell’impegno per la pace, il disarmo e la nonviolenza. Lo scrive bene Valentina Pazè ne Le parole contro la guerra (2026), spiegando che serve costruire una “opposizione alla guerra ed al militarismo più strutturale, meno episodica, non giocata esclusivamente sul registro delle emozioni. Un’opposizione politica, che si pone il problema di identificare obiettivi realistici, sul breve e sul lungo periodo, e di adottare strumenti idonei a raggiungerli”.
E’ esattamente l’obiettivo della Campagna Un’altra difesa è possibile per la difesa civile, non armata e nonviolenta, necessaria a sottrarre il monopolio della difesa al riduzionismo militarista sul piano delle minacce e allo strumento militare sul piano dei mezzi, per costruire politiche attive di pace fondate su infrastrutture di nonviolenza (come ho spiegato qui e in post successivi).
Siamo entrati ormai nell’ultimo mese della raccolta firme per la legge popolare e, per raggiungere l’obiettivo, serve che quella mobilitazione straordinaria dal basso che in questi anni nelle piazze ha detto il proprio no, forte e chiaro, alla guerra nel cuore dell’Europa, al riarmo e al genocidio dei palestinesi, sappia fare adesso un’azione pro-attiva, mettendo al centro dell’agenda della politica e delle prossime elezioni il principio del vero realismo: se vogliamo la pace è necessario preparare mezzi di pace. Non lasciamoci sfuggire questa occasione.