Con l’ennesimo favore all’industria delle trivelle il governo rischia di esentare dai tributi locali interi porti e qualsiasi altra costruzione offshore sarà mai realizzata direttamente nei mari italiani. A beneficio di futuribili resort col pontile modello Dubai o di improvvisati palafittari della ristorazione lungo la costa lucana che non pagherebbero alcuna imposta. Nelle bozze della manovrina correttiva, di cui ancora si attende il testo definitivo (il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan mercoledì si è “scusato per il ritardo” annunciando che “dovrebbe arrivare domani”), c’è infatti un articolo che entra a gamba tesa nella querelle tributaria e legale che contrappone da anni i colossi dell’energia ai sindaci delle località costiere dalle cui acque estraggono idrocarburi. Nella parte dedicata allo sviluppo c’è un articolo, il 35, che determina uno stop retroattivo per le società proprietarie delle 119 piattaforme censite nel mare italiano dal pagamento Ici, Imu e Tasi. Si impoveriranno, quindi, i bilanci dei comuni costieri e dei loro cittadini che non beneficeranno dei tributi che tre recenti sentenze della Cassazione avevano indicato come dovuti.

Così, a meno di modifiche dell’ultimo minuto, una misura che doveva recuperare risorse per rispettare i parametri europei assesta invece il colpo di spugna su cartelle di accertamento ormai decennali per un valore di oltre 100 milioni di euro. Se già questo è un problema per gli amministratori locali dei comuni litoranei interessati dalle trivelle, più ancora lo sono gli effetti collaterali della norma che impatta in modo imprevedibile sull’imponibilità di qualsiasi costruzione a mare, compresi alberghi e porti galleggianti come il terminal container di Venezia o le centrali eoliche in fase di realizzazione a Taranto e di progettazione in Molise.

L’articolo della manovra, stando alla bozza, è titolato “Costruzioni ubicate nel mare territoriale” e fornisce l’interpretazione autentica e definitiva di norme precedenti: “Non rientrano nel presupposto impositivo dell’imposta comunale sugli immobili (ICI), dell’imposta municipale propria (IMU) e del tributo per i servizi indivisibili (TASI), le costruzioni ubicate nel mare territoriale, in quanto non costituiscono fabbricati iscritti o iscrivibili nel catasto fabbricati”. E che cosa vuol dire? Che se non c’è l’iscrizione al catasto non c’è rendita, se non c’è rendita non c’è neppure tributo che possa essere preteso. Né oggi né mai. Un intervento a gamba tesa nella querelle che si accoda ai precedenti, culminati nel 2016 con la cosiddetta “norma sugli imbullonati” contenuta in Legge di Stabilità che ha parzialmente escluso gli impianti dal pagamento delle imposte correnti.

Il passato degli accertamenti Ici però non era coperto da questi “scudi” e una decina di sindaci di comuni litoranei si sono impuntati su quelli, attraverso le commissioni tributarie. Mossi non solo dal principio ma soprattutto dal valore del gettito, stimato tra i 100 e i 200 milioni di euro. Una benedizione per i bilanci degli enti locali che convivono con le trivelle lungo la costa come Termoli (Campobasso), dove il tributo da corrispondere per Edison era di un milione e mezzo di euro per ciascuna annualità (quelle accertate vanno dal 1999 a 2009) o Pineto (Teramo) con oltre 33 milioni per gli anni 1993-1998, con interessi e sanzioni a carico di Eni. Tre sentenze della Cassazione hanno poi dato ragione ai sindaci stabilendo che le trivelle, ieri come oggi, vanno iscritte al catasto e assoggettate all’imposta.

Sembrava cosa fatta ma ecco che – prima ancora di andare all’incasso – la manovra correttiva 2017 riapre la partita dalla parte dei petrolieri. “Certo che questa norma rischia di impattare sugli accordi stragiudiziali in corso”, spiega Ferdinando D’Amari,  il legale che sta seguendo i contenziosi con le compagnie. “La Cassazione ha accolto le ragioni dei comuni stabilendo l’obbligo dell’imposizione a prescindere dall’accatastamento e ha indicato il sistema di determinazione delle imposte dovute da desumere attraverso le scritture contabili. Proprio mentre è in corso la definizione degli importi arriva questa norma che scardina tutto e va contro il giudicato della Suprema Corte”. Il testo del governo, fa notare, non cita assolutamente le trivelle o gli “opifici industriali” ma parla genericamente delle “costruzioni nel mare territoriale”.

Così facendo, la norma che vanifica le speranze dei sindaci a favor di petrolieri rischia di inaugurare anche in Italia una stagione di “far west a mare” dalle conseguenze ambientali imprevedibili. “Se costruisco un ristorante o un albergo entro le 12 miglia marine quella struttura, secondo le nuove norme, sarebbe esente dalle imposte. Mi sembra a dir poco pericoloso”. Si vedrà come e se questa vicenda troverà un muro prima che gli imprenditori più avventurosi si mettano a progettare i loro. La stessa Eni, del resto, dal 2010 lavora all’ipotesi di conversione delle piattaforme arrivate al termine del ciclo produttivo in strutture ricettive (Temporary Islands). Di fatto scatena immediate polemiche politiche, soprattutto ad opera dei Cinque Stelle che sull’imposizione delle trivelle hanno sempre dato battaglia.

“Il governo conferma l’amicizia con le compagnie petrolifere modificando le carte in tavola per salvarle dal pagamento dell’Imu, onere che invece pagano attività produttive e cittadini”, attacca il senatore Gianni Girotto. “La giurisprudenza ha da poco confermato l’interpretazione in favore di alcuni enti locali attribuendo alle compagnie  petrolifere l’onere del pagamento. Ci batteremo con forte impegno affinché le disposizioni sulle esenzioni siano stralciate e le compagnie paghino quanto dovuto”.