Il problema non è tanto il se, ma ormai il quando. Le due ex popolari venete, Veneto Banca e Popolare di Vicenza hanno chiuso l’offerta di transazione con gli ex azionisti con un numero di adesioni ben inferiore al minimo dell’80% e – come prevedibile – fanno buon viso a cattivo gioco abbassando l’asticella e accontentandosi di ciò che hanno raccolto, che non è comunque sufficiente a mettere le due banche al riparo dal rischio contenzioso. Ma questo è solo uno degli “n” problemi che si trovano ad affrontare e, per certi versi, non è nemmeno il più importante, nonostante l’enfasi che la nuova dirigenza targata Fondo Atlante ha dato all’iniziativa. Il nocciolo della questione è un altro, come testimoniano ancora una volta i bilanci in forte perdita dei due istituti: l’opera di pulizia non è terminata, il business – quello vero – si è trasferito da tempo alla concorrenza e il ritorno alla redditività resta un miraggio anche giocando l’ultima carta, quella di una fusione volta al puro e semplice ridimensionamento dei costi attraverso tagli ed eliminazione delle sovrapposizioni territoriali.

La realtà è quella di due banche decotte in crisi d’astinenza da capitali che si vorrebbero spacciare agli occhi della Bce e della Commissione Ue per due banche “sane”, meritevoli di accedere ai benefici di una ricapitalizzazione preventiva a carico dello Stato. Un trucchetto che difficilmente verrà fatto passare anche per un altro aspetto: le due ex popolari, salvate in prima battuta dall’intervento del fondo Atlante meno di un anno fa, non rappresentano più un problemasistemico” perché le loro controparti hanno avuto tutto il tempo di sterilizzare i rischi e minimizzare i danni. Dunque, mancano proprio i presupposti di base affinché possa intervenire lo Stato in deroga alla normativa sul bail-in. Il problema, appunto, più che il “se” è il “quando” verrà staccata la spina. Potrebbe succedere già nei prossimi giorni, a meno che il Single Supervisory Mechanism (Ssm) della Bce presieduto da Danièle Nouy non decida di prendere tempo scaricando la palla sulla commissaria Ue alla Concorrenza, Margrethe Vestager, come ha già lasciato presagire con alcune sue dichiarazioni: “C’è un piano che deve essere discusso e accettato dalla Commissione Ue”. Comunque sia, è solo questione di tempo e a pagare lo scotto finale di questo disastro saranno migliaia di risparmiatori e famiglie che vedranno azzerata una quota considerevole dei loro risparmi.

Se le due banche – com’è altamente probabile – dovessero finire in risoluzione, in prima battuta a farne le spese sarebbero gli azionisti: quelli vecchi e quelli nuovi, come il fondo Atlante che vedrebbe interamente azzerato il proprio investimento (oltre 3 miliardi). Come già successo per le quattro banche finite in risoluzione nel novembre 2015, verrebbero anche azzerate le obbligazioni subordinate emesse da Veneto Banca e Popolare Vicenza e, con ogni probabilità, anche almeno in parte le più sicure obbligazioni senior. Un disastro insomma, ma non certo per colpa di un’Europa sorda alle lamentele di chi la normativa sul bail-in l’ha discussa, negoziata e approvata. In questo anno chi ha governato avrebbe dovuto occuparsi non tanto di come fare a eludere le regole europee, quanto piuttosto di come tutelare i risparmiatori e, soprattutto, di come rendere più incisiva la normativa in modo che i responsabili dei dissesti bancari risarciscano effettivamente i danni.

Avrebbe dovuto pensare agli effetti che ha il lasciare in mano a procure non attrezzate, quale ad esempio quella di Vicenza, le indagini sul crac della popolare cittadina: una sfiducia al quadrato, alimentata dalla beffa di veder circolare del tutto indisturbati coloro che, come Zonin, hanno governato la banca per più di vent’anni portandola alla bancarotta. Ora non si può certo incolpare l’Europa della mancata vigilanza della Banca d’Italia e della Consob sulle due banche venete a dispetto delle decine di denunce presentate nel corso degli anni, dei reati che sono stati commessi da amministratori e funzionari, del raffazzonato tentativo di salvataggio da parte di Atlante votato all’insuccesso fin dal primo minuto, come ampiamente scritto e documentato. Resta l’amara considerazione che si sarebbe potuto evitare di gettare dalla finestra più di 3 miliardi di euro, di cui una quota è anche pubblica, visto che Cdp è uno dei maggiori investitori del Fondo Atlante,  per arrivare comunque al bail-in meno di un anno dopo. Tanto valeva farlo subito e evitare anche l’imbarazzo alla Consob di dover dare il via libera a due prospetti informativi surreali, quelli per la quotazione di Veneto Banca e di Popolare di Vicenza. A proposito, si aspetta ancora di sapere se verrà avviata un’azione nei confronti degli amministratori delle due banche e degli advisor che hanno redatto quei prospetti.