Addio Er Monnezza. Questa volta lo scherzo di scomparire all’improvviso Tomas Milian ce l’ha fatto sul serio. Aveva 84 anni e viveva a Miami. Vero esule cubano in Florida fin dal 1955, non come Tony Montana a causa di Castro, ma per via del dittatore Fulgencio Batista che ne arrestò e internò il padre militare sul finire degli anni ’30, Milian si fece largo in giovane età tra le nascenti star dell’Actor’s Studio di New York. Uno “con le palle” Tomas, che da Kazan e Strasberg apprese i rudimenti del metodo Stanislavskij poi tentò il suicidio, fece i soliti lavoretti da squattrinati, e ancora un paio di particine in due serie tv americane ante litteram, fino alla chiamata “italiana” di Franco Zeffirelli che lo notò nel 1958 a Broadway e lo portò al Festival dei due mondi di Spoleto. La catena di cause ed effetti lo fece atterrare definitivamente sul set de La Notte brava di Mauro Bolognini nel 1959. Tomas in pochi anni venne cotto e mangiato da tutto quel cinema d’autore, impegnato, di ribellione, e di uso dei generi da parte di registi “politici” che forse nemmeno in Francia. E’ nel bell’Antonio (1960) con Mastroianni e ne I delfini di Francesco Maselli; interpreta un conte ne Il lavoro di Visconti (episodio di Boccaccio 70); è il tormentato Michele de Gli Indifferenti o il Gabriele profugo istriano ne La banda Casaroli girato in una nebbiosa Bologna da Vancini sempre nel 1962; arriva perfino ad indossare una calzamaglia (“color merda di scimmia”, ebbe a dire una volta) per una parte vicino a Charlton Heston in Il tormento e l’estasi (1965) di Carol Reed.

Poi, all’improvviso la svolta. “Avrei potuto girare solo film di stampo intellettuale”, spiegò in un’intervista a il Fatto Quotidiano. “Essere un marito che osserva la moglie mentre la goccia, in un eterno piano sequenza, cade dal rubinetto. Ma non volevo fare a me stesso e agli altri due palle così. Desideravo portare sullo schermo l’uomo comune, fare incursioni nelle narrazioni spudoratamente commerciali, farmi amare al di là delle messe in scena cervellotiche”. Visto l’arrembante successo degli spaghetti western di Leone in Italia crescono come funghi film con colt, indiani e frontiere (abruzzesi): così Milian diventa presenza fissa su tutti i set dove c’è bisogno di un messicano rivoluzionariocabron. C’è Se sei vivo spara di Giulio Questi (1967), film surreale fin troppo violento per l’epoca, massacrato dalla censura; poi ecco l’attore cubano nei panni di Cuchillo in ben tre film: La Resa dei Conti, Faccia a Faccia e Corri, Uomo, Corri, tutti e tre di Sergio Sollima. Via la calotta impomatata da dramma borghese, ed ecco i capelli che cominciano a crescere. Prima una particina come commissario che rincorre la banda Cavallero in Banditi a Milano di Lizzani nel ‘68, poi un paio di capolavori western con tanto di impianto ideologico rivoluzionario come Tepepa di Petroni e Vamos a Matar companeros di Sergio Corbucci. E ancora due thriller stracult come Non si sevizia un paperino di Fulci e La vittima designata di Maurizio Lucidi, le Ande peruviane in soccorso a Dennis Hopper che gira il folle The Last Movie, o la Cavani che riadatta l’Antigone con una Britt Ekland da urlo ne I cannibali. Milian è ovunque. E’ una star del cinema italiano riconosciuta anche nei circuiti alternativi all’estero. A questo punto arriva la trasformazione definitiva. Capello lungo e riccioluto, barba folta e arruffata, ma soprattutto Ferruccio Amendola a prestagli un dialetto romano che impacchetta il dono del commissario Nico Giraldi e poi di Er Monnezza. Il primo grazie a Bruno Corbucci e Mario Amendola diventa immancabile e popolare uomo d’ordine: chiude un occhio con i delinquenti scalcagnati, ma si incazza come una belva verso i grandi criminali. Dal 1976 al 1984, da Squadra antiscippo a Delitto al Blue Gay, Tomas Milian appare ben 11 volte nei panni di Giraldi. Di fianco a lui dal 1977 in Squadra antitruffa arrivano i peti, le pernacchiette e la travolgente simpatia di Venticello, alias Bombolo. Spalla goffa e buffa che divide la scena con i modi spicci di Giraldi/Milian. Il successo di questa immancabile saga è tale che quando lo sceneggiatore Dardano Sacchetti e il regista Umberto Lenzi declinano Giraldi ne Er Monnezza, tutina blu da meccanico e scarpe da tennis, solita zazzera riccioluta e linguaggio vernacolare romanesco, la massa accorre a vedere egualmente pure questo. Da Il trucido e lo sbirro (1974) a Il lupo e l’agnello (1980) è quasi più il poliziesco d’azione a dare ulteriore slancio e popolarità a quell’attore cubano che senza la pastosa voce di Amendola avrebbe avuto per tutti gli spettatori una suadente e sottile voce spagnoleggiante.

Ma come era esploso per almeno quindici anni, Milian si ferma, quasi scompare, almeno per sei sette anni quando nel 1990 lo vediamo tornare fisicamente trasformato in Revenge-Vendetta di Tony Scott quando fa la pelle a Kevin Costner. E ancora in JFK di Oliver Stone, film zeppo di cubani, interpreta un’altra particina relativamente importante. Nel 2000 è invece Steven Soderbergh a volerlo nel primo tassello, quello “giallo”, di Traffic, nella parte importante del colonnello Salazar. Poi poco altro se non l’ennesima caratterizzazione da rivoluzione cubana in The lost city di Andy Garcia (2005). Nel 2014 ecco il Marc’Aurelio d’Oro al festival di Roma, l’autobiografia Monnezza Amore Mio (Mondadori), un remake su Er Monnezza da seppellire sotto i peti di Bombolo, ma anche la morte della fedele moglie Rita Valletti che, raccontavano i giornali di gossip degli anni sessanta, avrebbe come messo un freno alla bisessualità del nostro con un matrimonio durato 50 anni. Come raccontano i suoi fan che avevano aperto da parecchio tempo un sito web molto aggiornato, Milian si era come ritirato informalmente dalla carriera d’attore, qualcosa come un centinaio di film. “Mi sono ormai ritirato dal cinema, dopo 60 anni di carriera. Sono qui, venite a trovarmi, intervistatemi, ma sbrigatevi, perché ho 84 anni…”.