“A me dispiace molto perché abbiamo fatto di tutto per evitare che chiunque se ne andasse ma abbiamo avuto l’impressione che fosse un disegno già scritto. Scritto, ideato e prodotto da Massimo D’Alema“. Caduti i freni diplomatici, ormai la sfida a distanza è aperta. Matteo Renzi aspetta solo qualche minuto fa nell’intervista a Che tempo che fa su Raitre e poi sistema il suo mirino: “A D’Alema dico, non scappare, vieni, corri e vediamo chi ha più consenso e più voti”. Ai Democratici e progressisti, appena nati sull’asse Speranza-Rossi-Scotto. “Possono chiedermi di dimettermi, di rinunciare alla poltrona ma non di rinunciare a un ideale”, aggiunge ribadendo un concetto già espresso più volte. “Anche la destra si scinde”, conclude il ragionamento, ma “loro sono più furbi di noi, litigano prima delle elezioni e alle elezioni si mettono sempre insieme”. Renzi evita di rispondere alla domanda se il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni può stare sereno – fosse pure solo per scaramanzia – ma spiega: “Le elezioni sono previste nel 2018. Punto. Se Gentiloni vorrà votare prima lo deciderà lui”.

Secondo Renzi, comunque, la scissione è “una cosa molto di palazzo, la stanno facendo sulla data del congresso, io farò di tutto perché si vada il più possibile insieme. Possibile che il problema della sinistra in Italia sia Renzi? Ci raccontino cosa pensano dell’Italia, rimettiamo al centro l’Italia. Non ne posso più di questo dibattito, figuriamoci i cittadini”. Un atteggiamento che Davide Zoggia, braccio destro di Bersani, nel pomeriggio aveva definito molto “berlusconiano”.

Un passaggio – breve – è dedicato all’inchiesta sugli appalti Consip, che vede indagato il padre Tiziano:  “È già accaduto in passato e sta accadendo ora. Essendo io un personaggio pubblico non posso che dire che sto con i magistrati. Conosco mio padre e conosco i suoi valori, ma ora non posso che dire che sto con i magistrati. Però i tempi del processo devono essere brevi e si devono fare i processi nei tribunali e non sui giornali”.

Per quanto riguarda il tema della povertà e della disoccupazione, Renzi è tornato sulla questione reddito di cittadinanza, che ha scartato più volte. “Il discrimine oggi non è la preoccupazione perché l’innovazione produca una crisi occupazionale ma come la politica risponde – dice il segretario uscente del Pd – Noi dobbiamo trovare un paracadute per chi non ce la fa, per i più deboli, ma non possiamo dire reddito cittadinanza, che vuol dire ‘tranquillo ci pensa papi’ che è lo Stato. L’Italia muore così. Io dico provaci, non ce la fai? Ti do una mano, ti faccio fare un corso di formazione”. Sul fisco Renzi ripete che “abbassare le tasse è un dovere. Lo abbiamo fatto piano, troppo piano ma abbiamo fatto un passettino. Quello che per me è importante non è tanto il taglio dell’Irpef. Per me il punto chiave è, da un lato, che torni la dimensione del futuro in politica e dall’altro che si sappia che non è che se c’è un problema si va sempre dai cittadini a dire alziamo la benzina o le sigarette“.

Quanto alla legge elettorale, la cui discussione in Parlamento – come previsto – fatica a decollare, “la nostra proposta era il modello dei sindaci, ma ora (dopo il referendum, ndr) è andata, non c’è più. Allora spero che il Parlamento faccia almeno una legge come il Mattarellum. Però io sono fuori. Da uomo forse più potente d’Italia ora sono privato cittadino. Ai parlamentari dico ‘tocca a voi per consentire ai cittadini di scegliere'”.