Matteo Renzi va in California, Andrea Orlando va a Scampia, allo Zen o a Quarto Oggiaro. Il ministro, per sua stessa ammissione, è apparso a lungo la “stampella” dell’ex presidente-segretario. Ma ora, avviata la corsa alla segreteria, ecco il momento delle differenze: la diversità nell’affrontare i populismi e i voti definiti “anti-establishment”, la diversità nel pensare il Partito Democratico del futuro. Così, mentre presenta la sua candidatura a Genova, Orlando segna una traccia di cos’è Renzi e di cos’è lui. “Il segretario del partito – dice – è andato a capire il perché dei populismi in California. Io penso che sarebbe dovuto andare nell’Ohio o nel Michigan invece, dove gli operai hanno votato Trump e non la Clinton, andare dove si è rotto il rapporto tra le forze progressiste e il popolo“. Anzi, la differenza ulteriore è che “io andrò a Scampia, allo Zen, a Cornigliano, a Quarto Oggiaro – aggiunge il guardasigilli – Dobbiamo ripartire da lì, con un lavoro che non sarà semplice e durerà a lungo e non si esaurirà in un congresso. Senza quel popolo noi non siamo niente”.

Per ora va malino, almeno stando a un sondaggio di ScenariPolitici per l’Huffington Post che dà Renzi trionfante col 61 per cento, Emiliano al 21 e lo stesso Orlando al 18. Ma è presto. E Orlando ripete che bisogna ripartire dalla vittoria del No al referendum costituzionale, uno “spartiacque fondamentale” dice il ministro, dopo il quale bisogna “dare delle risposte che, ad oggi, non sono venute, che non penso si trovino con la competizione tra leader”. Per questo Orlando dice che si sforzerà “di mettere in campo progetti e idee che raccolgano la difficoltà e quella rabbia sociale, quella disperazione, che si è espressa con il voto del referendum, perché non credo che fosse riconducibile soltanto a un giudizio sulla riforma. Se la leggiamo così, interpretiamo riduttivamente il messaggio che aveva”. Quella riforma era giusta, ribadisce Orlando, ma “il problema è che non abbiamo capito fino in fondo che la democrazia va in crisi quando le istituzioni funzionano male, quando si scavano dei solchi nella società con le diseguaglianze, quando un pezzo della società non parla più con l’altro“.

Nasce da qui la necessità di candidarsi. Orlando sottolinea infatti che ha deciso di presentarsi per vari motivi. Uno: “Il primo risultato del congresso è stata una scissione. Sbaglia sempre chi se ne va ma vedere che tanta gente era contenta della scissione mi ha spinto a candidarmi. Ho sentito dire ‘siamo più leggeri, andiamo più veloci’: non si sa dove ma andiamo più veloci”. Due: “Le parole di Michele Emiliano quando ha invitato a votare in questo modo: ‘di qualunque partito siate, venite a votare contro Renzi’. A quel punto ho capito che il congresso si trasformava in lotta greco romana, anzi, visto l’invito all’esterno, in lotta libera“. Tre: “Ci siamo occupati di quando si vota e poi di quando si fa il congresso: siamo diventati il partito del calendario. Non possiamo continuare a procedere forzatura dopo forzatura. Pensiamo di andare avanti con una conta permanente? Non possiamo continuare a rilanciare: ad un certo punto bisogna fermarsi e vedere cosa pensano gli altri”.

Poiché Emiliano si profila come il candidato “legalitario” e vicino alle tematiche ambientali, il ministro della Giustizia rilancia, sfidando gli avversari nella corsa alla segreteria: “Subito legge su tortura e consumo suolo. Invito @matteorenzi e @micheleemiliano ad approvarle entro la fine di questa legislatura” scrive su Twitter.