Le banche cercano di ribaltare sui clienti la responsabilità delle perdite provocategli vendendo loro azioni non quotate, rifilando obbligazioni senza spiegarne i rischi ecc. La colpa sarebbe dei risparmiatori, che sono ignoranti e incompetenti. Serve quindi una campagna di educazione finanziaria. Un’iniziativa apparentemente sensata, rigirata però in una trappola micidiale, perché finalizzata solo a indirizzarli verso gli sfasciacarrozze del risparmio gestito.

Tale strategia trova sponda non solo nella stampa amica, ma anche nella Banca d’Italia e altri soggetti pubblici. Una triplice conferma arriva dal convegno del 18 gennaio 2017, dedicato a “L’educazione finanziaria in Italia: oggi e domani”. Ovviamente i giornaloni italiani hanno applaudito all’iniziativa. Fra le pochissime voci critiche quella di Elio Lannutti dell’Adusbef, su una pubblicazione però davvero poco diffusa (Il Foglietto della Ricerca).

Era inutile perdere tempo ad andarci, salvo volersi rovinare il fegato. Bastava vedere com’era organizzato. Primo e più grave: chi erano gli organizzatori? Banca d’Italia, Ivass, Covip, Consob insieme però alla Feduf, una fondazione costituita da 70 banche, e al Museo del Risparmio di Intesa-Sanpaolo. Mai sentito parlare di conflitto d’interessi? È come un convegno sulla ludopatia, cioè sulla malattia del gioco d’azzardo, del Ministero della Salute assieme con Lottomatica, Snai, il Casinò di Saint-Vincent ecc.

Secondo: chi hanno chiamato come moderatrice? Debora Rosciani della radio del Sole 24 Ore. Per apprezzare il suo stile, basta sentire una delle sue trasmissioni mattutine dove regolarmente dà il microfono a venditori di polizze, fondi ecc. o leggere i miei post (ad esempio questo e questo).

Terzo: fra i relatori Luigi Guiso e qui ci limiteremo a una citazione da un suo articolo di prima pagina del Sole 24 Ore del 26 aprile 2016: “Su un periodo di 30 anni un euro investito sul mercato azionario può risultare in un capitale alla pensione di 10 euro e un vitalizio di 0,7 euro l’anno per ogni 10 di capitale”.

Sorvoliamo sul cattivo italiano, lingua inferiore per chi è presentato come membro dell’Einaudi Institute for Economics and Finance e in particolare come Axa Professor of Household Finance, dove la suddetta “cattedra” è finanziata dal gruppo assicurativo Axa e l’istituto nel suo complesso invece dalla Banca d’Italia, cioè dai contribuenti italiani.

Il punto è la sostanza. Infatti – però questo al lettore non viene mica spiegato – una tale crescita implica un rendimento medio dell’8% annuo composto per trent’anni, al netto dell’inflazione e a logica anche delle imposte. Un’ipotesi iperbolica, fuori da ogni prudente aspettativa. Peccato che proprio sulla base di tale prospettiva il lettore sia invitato a “investire in fondi pensionistici con elevata componente azionaria globale”, come per esempio quelli gestiti proprio da Axa e certo anche da analoghi gruppi assicurativi o finanziari. Ma soprattutto non viene detto che il risultato finale può anche essere una perdita secca.

Quindi, medice cura te ipsum. Un tale preteso esperto di educazione finanziaria mostra di avere lui molto da imparare.