Nessuna speranza per chi dà retta a Debora Rosciani, conduttrice del Salvadanaio su Radio 24. Passando dalle polizze vita ai fondi pensione, la musica non cambia, con una stonatura dopo l’altra, come vedremo subito. Con l’occasione fornirò alcuni chiarimenti richiestimi, rinviando però per maggiori approfondimenti alle mie pagine web dell’Università di Torino, dove insegno.

Iniziamo col bilancio dei fondi pensione del 31 marzo 2011. È un bilancio striminzito. La conduttrice enuncia per il 2010 un 3,1% fondi chiusi rispetto al 2,6% del Tfr, ripetendo compiaciuta per ben due volte: “Questi sono i dati”. In realtà solo un paio di numeri in croce, poco significativi. Spiega infatti Fulvio Coltorti (ufficio studi di Mediobanca) in un caso analogo, come “la differenza in termini di tasso annuo non sembra ancora tale da giustificare il maggiore rischio” dei fondi pensione.

È inoltre falso che “anche chi fino a poco tempo fa non considerava l’idea di stipulare un fondo pensione, ora ci pensa su”: i più fanno i salti di gioia per averla scampata bella. È pure falso che esista “un buco comunicativo che ha tenuto lontano dai fondi pensione oltre un quarto dei lavoratori privati italiani”: il battage promozionale è stato massiccio. Fortunatamente poco efficace. Gongola però Rosciani, annunciando un percorso “molto incisivo, molto serio della Covip per avvicinare i lavoratori alla previdenza integrativa” che “nei prossimi mesì sarà il cavallo di battaglia di questa istituzione”.

Al che mette le mani avanti il suo stesso presidente Antonio Finocchiaro, riconoscendo che “non è proprio naturale che la Covip partecipi” a iniziative promozionali, trattandosi di un organo di vigilanza. Pronta la conduttrice lo parafrasa, storpiandolo. Secondo lei voleva dire che non avrebbe consigliato singoli prodotti. In realtà Finocchiaro aveva detto tutt’altro! L’attività promozionale della Covip sconcerta anche perché si sovrappone alla funzione istituzionale della Mefop, società costituita dallo Stato proprio a tal fine. Pure su questo la Rosciani tace. Ma perché è così basso il livello del giornalismo confindustriale?

Se possibile, è addirittura peggiore la puntata del Salvadanaio del 29 aprile 2011 dal titolo terroristico Evitare una pensione da fame. Per cominciare Rosciani insulta i risparmiatori accusandoli di “carenza di cultura e di consapevolezza”, per il solo fatto che non si lasciano incastrare nella previdenza integrativa, e continua con la solita filastrocca sulla “necessità di costruirsi una pensione di scorta”. I venditori di ciarpame previdenziale ringraziano.

Presenta poi un libro di Andrea Telara, che non viene certo voglia di comprare, avendo letto il suo articolo Il risparmio non fa pensione (?!) sul settimanale Panorama Economy (22 dicembre 2010, pp. 72-74). Da cosa risulterebbe infatti la convenienza dei fondi pensione bilanciati? Da un confronto sbilenco del loro rendimento negli ultimi 7 anni (3,8%) con quello dei fondi comuni obbligazionari invece negli ultimi 5 anni (3%) e per le polizze vita addirittura col minimo contrattuale per il futuro (2,5%). Insomma, un’accozzaglia di dati disomogenei.

Interviene quindi nella trasmissione Sergio Corbello, presidente di un’associazione (Assoprevidenza) finanziata da fondi pensione e simili e dunque non proprio un soggetto neutro. Inizia col dire cose ragionevoli, salvo insultare pure lui gli italiani chiamando “carenza culturale del Paese su questa materia” l’accortezza di stare alla larga dalla previdenza integrativa. Riguardo a essa ripete la solita lagnanza che “i giovani sono la parte latitante”, tacendo che per loro i vantaggi fiscali sono irrisori. Ma soprattutto fa propaganda sconfinata, e scontata visto il suo ruolo, per la previdenza integrativa.

Comunque, sia Telara, sia Corbello, sia Rosciani si guardano bene dall’informare gli ascoltatori di alcuni fatti incontrovertibili:

1. L’investimento migliore per la propria vecchiaia è il tanto vilipeso Tfr, grazie all’ottimo aggancio al costo della vita;
2. Risparmiare per la vecchiaia è opportuno, ma le soluzioni più sicure in termini reali sono titoli di stato (Btp-i) e buoni fruttiferi postali indicizzati all’inflazione.

Sono invece da evitare tutti i prodotti cosiddetti previdenziali (fondi pensione, polizze vita e Pip), sia per l’assenza di valide difese dall’inflazione, sia per salvarsi dagli sfasciacarrozze del risparmio gestito.