di Renato Foschi* (Psicologo e Psicoterapeuta)

Oggi mi è capitato di leggere l’ultima di una serie di vicende impressionanti riguardanti adolescenti o giovani adulti che hanno deciso di togliersi la vita. Prima la storia di Michele che si suicida scrivendo una lettera contro la precarietà materiale ed esistenziale che lo attanaglia; poi il sedicenne che si getta dalla finestra perché la Guardia di Finanza, chiamata dalla madre, sta per perquisirlo e lui è in possesso di 10 grammi di hashish. In ultimo il discorso di commiato della donna al funerale che è un dialogo impotente con il figlio di fronte ad un fatto vissuto come ineluttabile, tanto da ringraziare la Guardia di Finanza per “l’intervento”. Poi si scopre che il ragazzo era un giovane calciatore dell’Entella, probabilmente una persona piena di vitalità. Infine si viene a sapere che era stato adottato.

Personalmente vedo centinaia di ragazzi, più o meno simili, a cui insegno e dunque percepisco personalmente queste notizie come dei fallimenti sia della psicologia, sia delle istituzioni educative, oltre che degli ambienti vicini ai ragazzi.

Un tempo le violenze direttamente inferte alle persone nelle istituzioni totali erano definite “crimini di pace”, oggi però gli attori delle vicende sono molto cambiati. Probabilmente tutte le istituzioni che riguardano le relazioni fra gli individui “appaiono” più neutre, meno ideologizzate, ispirate al buon funzionamento, magari alla “scienza” e alla tecnica. In questo contesto “digitalizzato” prendono forma “le storie” di questi ragazzi che indicano certamente una negligenza della società di fronte a temi che fino a qualche decennio fa erano invece percepiti come importanti.

Questi “crimini di pace” sono oggi certamente complessi. Non conosciamo quali risorse psicologiche fossero a disposizione della famiglia del ragazzo, della scuola, della stessa squadra di calcio. Non sappiamo neppure “quale” psicologia fosse mai stata offerta agli attori delle vicende. Ciò che però possiamo dire con certezza è che da sempre il passaggio all’età adulta è stato oggetto di interesse di letterati e di scienziati e da sempre si è messo in luce che si tratta di un passaggio delicato. Il ragazzo ha bisogno sia di libertà che di contenimento secondo una alchimia che spesso né i genitori, né gli insegnanti, né gli allenatori, né i sacerdoti, né tanto meno le “forze dell’ordine”, sono in grado di gestire da soli.

Certi temi legati all’adolescenza mi sembrano per giunta scomparsi dal dibattito pubblico e non solamente per colpa delle istituzioni educative, degli economisti, dei politici, dei medici, delle forze dell’ordine che trattano le persone in età evolutiva come se fossero degli adulti razionali e buoni cittadini in pectore che devono vivere le fasi del proprio sviluppo in modo tranquillo per poi essere traghettati, finalmente, ad una fase adulta tutta produttività e fertilità. Ma forse il demerito è anche degli psicologi e degli psichiatri che tendono oggi a vedere le “patologie” o i “complessi” dell’adolescenza e della giovinezza come malattie, piuttosto che come passaggi istruttivi, un po’ per tutti.

Il pubblico e le istituzioni si adeguano e trattano l’adolescenza come una “malattia” con tutta una serie di sintomi da curare. Parlare con gli adolescenti, proporre dei gruppi con loro, cercare di comprenderli in tutta la loro conflittualità, sostenerli mettendosi nei loro panni, significa anche proporre quegli interventi che un tempo erano la linfa vitale della professione. Tanto più se si tratta di ragazzi con una storia di adozione alle spalle. Tali attività sembrano oggi però sacrificate alla ricerca dell’ “intervento psicopatologico”, falsamente economico, che tenta di stabilizzare il turmoil adolescenziale con modi (farmaci, controllo comportamentale, consigli individuali, premi e punizioni, appelli alla volontà) forse meno cruenti che in passato, quando ai “turbolenti” era addirittura somministrata la lobotomia prêt-à-porter, ma non meno astratti.

Nel recente caso di cronaca, la guardia di finanza interviene, quindi, per risolvere un problema di dipendenza da droghe leggere che in una società di buon senso è un fenomeno di pertinenza psicologica. D’altra parte anche gli psicologi e gli psichiatri possono avere una percezione solamente neuroscientifica e patologica dell’individuo in età evolutiva che tende a sottovalutare le sfide “istruttive” lanciate proprio dal turmoil adolescenziale. Si tende, quindi, sempre più a dimenticare che “la produttività” di questi ragazzi in larga parte non dipende da un adattamento forzato degli individui alla società e alle istituzioni, ma al contrario da un riallineamento, anche “dispendioso”, di queste ultime alla complessità psicologica individuale di cui le fasi di sviluppo e l’adolescenza sono la più chiara delle dimostrazioni.