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Il calo delle nascite non si deve solo a problemi sociali o economici: c’è anche altro dietro queste concause

Dobbiamo combattere la paura e il senso di colpa correlati all’idea della procreazione
Il calo delle nascite non si deve solo a problemi sociali o economici: c’è anche altro dietro queste concause
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Mi incuriosisce sentire continue giustificazioni per il calo delle nascite che sta avvenendo in Italia. L’anno scorso poco più di 350 mila nati, a fronte di circa 650 mila morti, con un saldo di 300 mila italiani in meno, compensati dai dati su emigrazione e immigrazione (emigrati 140 mila circa e immigrati 440 mila).

I commentatori parlano di problemi economici, sociali, di conciliazione col lavoro o di sfiducia nel futuro a causa delle guerre. Mi paiono considerazioni parzialmente errate in quanto quelle citate possono essere solamente delle concause.

Come psichiatra sono convinto che molte riflessioni apparse sui giornali siano solo grandi scuse che vengono evocate per affermare che “poverini… i nostri figli non hanno soldi, non hanno un lavoro fisso, non esiste un aiuto dallo stato, insomma è colpa del destino e della società che non li supporta”. La generazione degli adulti ha sviluppato, forse anche per la divulgazione errata della psicologia, un enorme senso di colpa e ritiene di essere responsabile di tutto. I ragazzi, invece, non hanno nessuna colpa, sono da compatire. Faccio un atto di costrizione, a nome di tutti gli psicologi. Abbiamo spiegato la psicologia male o non siamo stati capaci di divulgarla.

In realtà, i genitori hanno già fatto tanto a metterli al mondo, a offrire loro l’opportunità di vivere. L’alternativa, a quanto ne possiamo sapere, è non esistere, quindi essere presumibilmente nella stessa situazione di coloro che muoiono. Quindi, bando ai rimorsi. Dobbiamo essere fieri di avere messo al mondo dei figli e pretendere da loro riconoscenza perché stiamo offrendo questa chance.

Le motivazioni economiche e sociali non reggono di fronte alla constatazione che i figli vengono generati proporzionalmente di più dalle classi sociali povere che vivono in precarietà abitative e lavorative. Non è vero che i ricchi ed agiati giovinotti e donzelle abbiano più figlioli, ma esattamente il contrario. Il senso di colpa verso la maternità e la paternità attanaglia i giovani, che sentono che nel momento in cui metteranno al mondo un figlio gli saranno eternamente debitori. I ragazzi ora venti e trentenni sono stati educati dai genitori a ricercare una vita comoda, a evitare i pericoli, a fare continuamente affidamento su altri per qualsiasi incombenza.

Generare un figlio è un rischio. E’ il rischio più grande della vita di ognuno di noi, ci vuole una buona fetta di follia per buttarsi in questa avventura. Oramai sappiamo che grossomodo lo 0,2 per cento morirà entro un mese dalla nascita e circa lo 0,3 per cento nel primo anno. Sappiamo che il 5-6% sarà portatore di malattie gravi invalidanti. Decidere di avere un figlio significa accettare questi rischi. Altro che il “Rischio Zero” che i genitori hanno inculcato nella mente delle nuove generazioni. Se abbiamo educato i ragazzi a ricercare il rischio zero, come possiamo pensare che si buttino allegramente in un’impresa complessa, piena di insidie e possibili problemi?

Un secondo elemento molto importante che, come medico psicologo, incontro ogni giorno è la sfiducia nell’altro sesso. Anche qui le statistiche impietose ci dicono che su cento coppie che si formano 60-70 si lasceranno entro 5 anni e su cento matrimoni circa 30-35 finiranno con separazione e divorzio. I ragazzi, consci del pericolo di soffrire per un abbandono o per un litigio traumatico, sono sempre più restii a offrire fiducia all’altro. Rimandano la convivenza o il matrimonio, anche se apparentemente si trovano bene col proprio partner, perché valutano la minaccia che la loro unione sia solamente “temporanea”.
Ritengo che le motivazioni economiche e sociali (pochi asili, difficoltà nella gestione in famiglie mononucleari) siano un corollario, mentre la vera causa è da individuare in un pensiero più profondo in cui emergono la paura e il senso di colpa inconscio.

Le nuove generazioni sono state educate al timore. Non fare questo, non fare quello, attento che potrebbe succedere … Anche ora la società inculca pessimismo, per cui, inevitabilmente, il cambiamento climatico in atto sarà catastrofico, il nemico è alle porte agguerrito e dobbiamo riarmarci per prepararci a una guerra devastante, l’amore è una fase bella della vita, ma finirà, lasciando macerie. Se di fronte alla nascita di un figlio devo sentire la colpa di averlo generato senza poterlo interpellare e di fargli un torto, inserendolo in un mondo che va in rovina, la tentazione di desistere dalla procreazione sarà alta.

Molti genitori sono terrorizzati dalla domanda che parecchi adolescenti, al culmine di qualche lite per le uscite serali, inevitabilmente porranno: “Perché mi hai messo al mondo? Non te l’ho chiesto io!” Per poi sottintendere: “Ora sei incastrato, dovrai fare quello che dico e esaudire tutti i miei desideri per lenire la ferita che mi hai inferto facendomi nascere…” Di fronte a ciò, i genitori si sentono impotenti e sono attanagliati da sensi di colpa inconsci e, conseguentemente, “ calano le braghe”. In questo modo frustrazione e rimorso si trasmetteranno alle nuove generazioni che si convinceranno dell’idea che essere stati generati sia una iattura e che all’orizzonte si preparano solo sciagure.

Dobbiamo combattere la paura e il senso di colpa correlati all’idea della procreazione. Ai genitori che vengono al mio consulto consiglio di rispondere per le rime al figlio adolescente: “Ti ho messo al mondo perché mi andava! Ho fatto quello che desideravo e ancora oggi desidero.”

In una società come la nostra, in cui è in atto una manipolazione massiva della funzione desiderante, tramite messaggi pubblicitari e subliminali di manipolazione, rivendicare un proprio libero desiderio è senz’altro un atto rivoluzionario.

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