C’erano una volta Massimo Fagioli e i suoi “fagiolini”. Lo psichiatra che ha deriso e messo al bando Freud, che ha contestato prezzi e prassi delle psicoterapie tradizionali, che ha concentrato in un’unica seduta plenaria e collettiva (ripetuta quattro volte a settimana) la possibile regressione/salvezza per i pazienti bisognosi di cure psicologiche, è morto a Roma all’età di 85 anni. Contestato da sempre, seguito privatamente da tanti, amato pubblicamente da pochi, Fagioli ha sempre tirato dritto nella sua convinzione professionale e teorica fin da metà anni ’70 quando, dopo la laurea con specializzazione in neuropsichiatria e il lavoro nei manicomi, venne espulso dalla Società psicanalitica italiana.


“La psicanalisi è una truffa”. “Freud un imbecille!. Fagioli non è mai stato tenero con l’architrave teorico/pratica della psicoanalisi: “Ho cominciato a sostenere che le teorie freudiane sono tutte fregnacce. E a tenere un seminario all’università di Roma: un successo incredibile. Venivano in centinaia. È stato l’inizio di una pratica che ho trasferito, da privato, nel mio studio di Trastevere”, spiegava nelle interviste “Lui”, come lo chiamano con la L maiuscola anche su blog e social i suoi “fagiolini”.

Le cronache di giornali e riviste sovrabbondano di reportage dentro e fuori la sala collettiva di Piazza San Cosimato nel cuore della capitale. Selezione rigorosa all’ingresso, obolo non obbligatorio a fine seduta (“Non si possono spendere migliaia di euro all’anno per la psicanalisi”), sedute collettiva ma private sia mai. La teoria scientifica alla base della ”rivoluzione” è stata coniata dal medico stesso: negazione e pulsione di annullamento. Più l’interpretazione dei sogni (“centomila quelli analizzati”, disse), ma senza la depistante idea freudiana che li equipara a desideri. Il tutto racchiuso nel libro Istinto di morte e conoscenza (L’Asino D’Oro). “Il problema era scoprire la negazione, cioè la deformazione delle immagini nel sogno: questa elaborazione nel passaggio tra veglia e sonno, per cui la cosa percepita viene deformata in senso negativo. L’interpretazione dei sogni è questo. Il desiderio invece no, perché conduce alla tragedia del ’68, che diceva di voler liberare il desiderio dalla repressione e che così l’uomo avrebbe raggiunto la felicità. Pura cretineria”, spiegava Fagioli al giornalista Paolo Izzo alcuni anni fa.

Fagioli e la politica, appunto. Perché sarebbe stato impossibile non mescolare le carte tra teorie rivoluzionarie sulla psiche e la gauche italiana, salottiera e popolare, di fronte perfino alla caduta delle ideologie nel post ’89. Amico vicinissimo di Fausto Bertinotti, ebbe pure come bersaglio Nichi Vendola, colpevole a suo avviso dell’incompatibilità tra l’essere comunista, cattolico e gay.

“Il problema di Nichi è che non si può essere contemporaneamente cattolici, gay e comunisti. Soprattutto un vero comunista non può essere cattolico, perché il cattolicesimo è intriso di deliri. Credere nell’Immacolata concezione è un delirio, l’ho detto anche a Fausto (Bertinotti) altro cattolico finto comunista”, spiegava interdetto ad Alessandro Ferrucci sul Fatto Quotidiano qualche anno fa. Poi ancora la fondazione della casa editrice L’Asino d’Oro e del settimanale Left, la creazione della libreria Amore e Psiche in via Santa Caterina a Roma, le numerose collaborazioni nel campo dell’architettura e i pazienti celebri tra cui il regista Marco Bellocchio. Questi ultimi hanno sempre respinto le critiche negative a Fagioli: macchè “santone”, macché “guru” o plagiatore di menti.

“Gli incontri con Massimo cambiano la vita”, spiegò l’autore de I Pugni in tasca che “rinacque” artisticamente dopo le sedute collettive con Fagioli frequentate fin dal 1976. Il diavolo in corpo (1986), film che ha dentro brigatisti rossi che fanno sesso nella gabbia degli imputati, è il primo. Una marea di polemiche. Perché il produttore del film, Leo Pescarolo, convocò la stampa e disse che Bellocchio era stato “plagiato” nel montare il film da Fagioli. Poi ancora nel ’91 arriva La condanna. Altre polemiche, apologia dello stupro, femministe, e non, incazzate come belve. E dietro a tutti l’ombra amica di Fagioli. Che poi nel 1997 un film se lo fa da solo. Addirittura soggettista, sceneggiatore, direttore della fotografia (?), compositore delle musiche, montatore, e perfino interprete per Il cielo della luna. Impossibile rintracciarlo e vederlo da qualche parte, ma nell’archivio Anica la sinossi richiama un ginepraio di spunti e personaggi vagolanti che nemmeno Ingmar Bergman.